[ The Road ]
La storia – Un padre e il piccolo figlio attraversano un’America desolata e distrutta da un misterioso cataclisma. Lungo la strada affrontano la triste realtà dei fatti, viaggiando verso una meta che può significare speranza.
One way. Alla base c’è il romanzo di McCarthy, a detta di molti strepitoso e, al di la delle chiacchiere, vincitore del premio Pulitzer 2007. Alla fine del percorso che dal testo cartaceo porta al testo filmico si trova una voragine, forse perché un altro libro di McCarthy adattato per lo schermo, Non è un paese per vecchi, ha vinto 4 Oscar. Erano i fratelli Cohen.
Senza nulla togliere al regista de La strada, John Hillcoat, si ravvisa uno scarso lavoro sulla sceneggiatura. L’impressione è quella di una traslazione da un piano ad un altro, con la convinzione di operare la scelta più saggia, con il minimo sforzo e lo scarto minore. Gettare nella mischia Viggo Mortensen, Charlize Theron, Robert Duvall, avalla la tesi. Lo sforzo attoriale di rendere il punto zero dell’uomo, a-morale, preoccupato su quale strada scegliere – bene o male – e quale sentiero seguire per la propria sopravvivenza in una società antropofaga, non trova supporto nella regia. Scenari già visti, fotografia da cartolina post-apocalisse, seppur pittorica in alcuni punti, poca dedizione sul percorso da prediligere incartano un film che una volta scartato si vorrebbe restituire al mittente. Eppure gli spunti sono notevoli.
Questo è un commento “a caldo”. La visione – a cura di Massimo Causo – è disponibile sul numero 62 di duellanti in edicola da maggio.
Dario Cortimiglia

La scomparsa delle certezze è una delle paure più grandi che contraddistingue la natura umana. Abituati a essere circondati dai fiori, dai cavalli, da una rigenerante vasca da bagno, da una casa sicura, che ne sarebbe di noi se all’improvviso fossimo costretti a vivere sotto un cielo plumbeo, circondati da terreni aridi, senza più animali ne’ vegetazione, alla mercé di temperature fredde, con la neve (o la cenere) depositatasi quasi ovunque?
Gli eventi climatici così mutati, provocano grandi incendi che ardono i percorsi sui quali, a furia di camminare, le scarpe si riducono a brandelli e fanno emergere piedi nudi e malconci. Padre e figlio vagano disperati e senza meta con un carrello della spesa a fare da improvvisata dispensa. Ma non c’è più niente da comperare, non esistono cibi o carburanti. Ci si muove solo grazie allo sforzo istintivo delle proprie gambe, robot in un fantascientifico paesaggio disabitato.
I protagonisti non hanno più un calendario, vagano nel deserto che la Terra è diventata, l’unico punto di riferimento è la strada, o quel che ne rimane. Prototipo del mondo moderno, il paesaggio che percorrono è desolato, corroso, consumato dall’odio e dall’indifferenza. Il domani che ci attende è a un passo dalla quotidianità. I sopravvissuti (a una guerra nucleare? a un disastro ecologico? a un maligno virus alieno?) somigliano a mostri: amputati negli arti, sempre sporchi, scoprono che l’unico alimento che li può tenere in vita è altra carne umana, e la ragione che li muove non prevede alcuna pietà. Osceni e inconsapevoli zombie privi di identità, seguono la regola del cane mangia cane e hanno messo da parte qualsiasi idea di solidarietà o di umanità.
“Saremo sempre noi i buoni? E lo saremo sempre, qualsiasi cosa ci capiti?”, domanda il figlio al padre. L’innocenza si è perduta insieme alla morte (?) della madre. Quando non si è mai conosciuto l’amore, non possiamo neppure godere delle dolci melodie di un pianoforte. Alla ricerca di segni di una vita precedente difficile da rievocare, e che forse non è mai esistita.
Sono rimasti solo rimbombi lontani, tuoni, terremoti, e odori marci e insalubri. I bambini privati della loro infanzia, costretti a crescere troppo in fretta perché il mondo gli ha imposto una realtà che non avrebbero mai voluto vedere, sono privi di immaginazione. I loro disegni sono pastrocchi disordinati, caotici e senza senso. Film ben fatto e crudele che conta su un’abbondanza di fascinazioni letterarie. Dalla fotografia che esautora qualsiasi barlume colorato e resta allo stesso tempo immaginifica e terribilmente reale, al poco spazio concesso alla scienza e alle domande. All’uomo non rimane che affrontare il proprio ineluttabile (e auspicato?) destino.