[ Io, loro e Lara ]
La storia – Padre Carlo, sacerdote missionario in Africa, torna a Roma pieno di dubbi sulla propria fede. I suoi superiori gli consigliano un periodo di permanenza in famiglia per recuperare la serenità perduta. La pausa di riflessione, però, sarà un estenuante tour de force diplomatico nel tentativo di tenere a bada il padre risposatosi con la moldava Olga, il fratello broker cocainomane, la sorella psicanalista isterica e… Lara, “sorellastra” acquisita dopo la morte di Olga.
L’attenzione alla macro-coerenza narrativa del film è indubbia: gli sceneggiatori badano a che la loro macchina fili liscia senza intoppi, cosicché lo spettatore possa assecondarne tutti i movimenti per due ore buone.
A furia di oliare e smussare, però, il film rischia di scivolare di dosso come un unguento, non fa presa proprio per mancanza di asperità. Così, a dispetto (o a causa?) della patina di pulizia generale, va a finire che i dettagli sono più grossolani che mai: i vari riferimenti all’Africa non si sostanziano in ulteriori specificazioni geografiche, la festa africana a Roma è un tripudio di artigianato etnico, tuniche variopinte e accenni di danze tribali, Lara (Chiatti) indossa camicette sbracciate sia a Ferragosto che a Natale, tutti i divani sono armoniosamente abbinati all’arredamento, il prete (è) moderno (perché) va in discoteca e i vecchi (sono) giovani (perché) ballano salsa e merengue. Se questi sono i decantati mezzi toni su cui si regge il film, meglio le tinte forti delle macchiette piatte ed esasperate, purché fresche, come le due ragazzine emo.
Questo è un commento “a caldo”.
Elena Gipponi
