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	<title>duellanti - mensile di cinema e... &#187; Crossroad</title>
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		<title>Dedicato a chi è ancora qui</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Mar 2011 20:55:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Canova</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'ultimo editoriale di Gianni Canova su duellanti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_5732" class="wp-caption alignleft" style="width: 360px"><a href="http://www.duellanti.com/wp-content/uploads/2011/03/edit68.jpg"><img class="size-medium wp-image-5732" title="edit68" src="http://www.duellanti.com/wp-content/uploads/2011/03/edit68-350x300.jpg" alt="" width="350" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Immagine editoriale 68</p></div>
<p>C’è un tempo e un luogo per ogni cosa. Un tempo per la prima linea e un tempo per le retrovie. Da quasi diciotto anni &#8211; dal lontano maggio 1993, quando con Max Stefani e altri folli amici decidemmo di fondare questo giornale &#8211; sto in prima linea sulla prima pagina di <em>duel(lanti)</em>. Da qui ho combattuto battaglie, inseguito sogni, lanciato invettive, commesso errori, messo in circolo idee. Ora, dopo tanto tempo, sento che è venuto il momento di fare un passo indietro. Questo è l’ultimo editoriale che scrivo sulla prima pagina di duel(lanti). Quello scorso è l’ultimo numero che ho firmato come direttore (carica condivisa prima con Ezio Alberione e poi con Massimo Rota, generosi e straordinari “direttori responsabili”). Non lascio la rivista. Lascio &#8211; appunto &#8211; la prima linea. Continuerò a scrivere &#8211; anche più di prima &#8211; ma ritrovando il piacere e la libertà di fare il battitore libero. I casi della vita mi hanno portato a occuparmi di cose che assorbono ormai molta parte del poco tempo. Per questo &#8211; principalmente per questo &#8211; ho deciso di compiere un passo indietro. Non si può fare tutto, soprattutto se lo si vuol fare bene.<br />
A fronte delle mie dimissioni, la Cooperativa editoriale che gestisce questo giornale ha deciso di affidare l’incarico di direttore responsabile a Marco Toscano, che i lettori già conoscono &#8211; da anni &#8211; come colonna portante della redazione. Marco non ha ancora 30 anni: in un Paese gerontocratico come il nostro, mi sembra un segno di rinnovamento non da poco. Sono certo che saprà interpretare e rilanciare lo spirito con cui questa rivista nacque nel millennio scorso, e adeguarlo al mutato scenario &#8211; linguistico, etico, estetico, politico, tecnologico, emozionale &#8211; del mondo contemporaneo. Con lui, duel(lanti) diventerà davvero maggiorenne. A lui, e a Elena Canavese (che guida con elegante saggezza la Cooperativa editoriale), va il mio augurio più sincero. A tutti quelli che in questi anni hanno scritto sul giornale o concorso a vario titolo a farlo uscire, a cominciare dai soci della Cooperativa e dai collaboratori, va il mio grazie più sentito. A voi che leggete queste righe, vanno invece la mia gratitudine e il mio affetto: avete contribuito a far vivere una testata libera e indipendente, che costituisce un caso unico nella storia del giornalismo culturale italiano, e che ha in serbo grandi progetti e molte sorprese anche per il futuro.</p>
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		<title>Dedicato a chi non ha mai fatto bunga bunga</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Dec 2010 17:04:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Canova</dc:creator>
				<category><![CDATA[Crossroad]]></category>

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		<description><![CDATA[Qualcuno ha chiamato in causa perfino il Don Giovanni di Mozart. O il Satyricon di Petronio. O certe novelle “licenziose” della letteratura medievale post-boccaccesca. Riferimenti pertinenti, sulla carta, ma di fatto troppo “alti”...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_5145" class="wp-caption alignleft" style="width: 360px"><a href="http://www.duellanti.com/wp-content/uploads/2010/12/CROSS66.jpg"><img class="size-medium wp-image-5145" title="CROSS66" src="http://www.duellanti.com/wp-content/uploads/2010/12/CROSS66-350x166.jpg" alt="" width="350" height="166" /></a><p class="wp-caption-text">Dedicato a chi non ha mai fatto bunga bunga</p></div>
<p>Qualcuno ha chiamato in causa perfino il <em>Don Giovanni</em> di Mozart. O il <em>Satyricon</em> di Petronio. O certe novelle “licenziose” della letteratura medievale post-boccaccesca. Riferimenti pertinenti, sulla carta, ma di fatto troppo “alti” per spiegare le matrici performative e comunicazionali di quella ininterrotta satiriasi e di quella grottesca &#8211; per dirla con Gadda &#8211; epopea dell’«io minchia» che il Presidente del Consiglio mette in scena sui media &#8211; con duraturo successo di audience &#8211; da una ventina d’anni. L’immaginario berlusconiano sta tutto da un’altra parte, e oscilla fra il Bagaglino e i film vacanzieri, le turbolenze erettili di un Massimo Boldi e le vanterie falliche di un Christian De Sica. È come se Berlusconi &#8211; con il suo gigantesco potere economico politico mediatico psichico &#8211; abbia fatto collassare la realtà italiana dentro l’immaginario di un cinepanettone. Il suo presunto bunga bunga con la minorenne marocchina (o meglio, la celebrazione mediatica del bunga bunga nella villa di Arcore) è l’equivalente italico e provinciale di ciò che per gli americani è stato l’11 settembre 2001: solo che là, a Ground Zero, la realtà sprofondava dentro un immaginario catastrofico, tragico e apocalittico, mentre da noi frana in un immaginario flaccido e peloso, popolato da vecchi bavosi arrapati di fronte alle generose carni di ragazzine in fiore. E gli italiani vanno in estasi. Si identificano. Vivono in lui, surrogatoriamente, ciò che a loro è negato. Domani si vergogneranno, negheranno tutto. Domani nessuno ammetterà mai di essere stato berlusconiano. Fu così anche con il Fascismo. Prima tutti erano fascisti, poi nessuno era più disposto a riconoscere di esserlo stato. Ma oggi è così. Oggi l’Italia si identifica con l’idea di un vecchio viveur che si rilassa dal troppo lavoro con giochini sporcaccioni. E poco importa che ciò sia vero o no, l’idea è quella. Con tutto il corteggio di sessismo, maschilismo, razzismo, volgarità e senilità che si porta dietro. Siamo davvero un paese di vecchi. Con un immaginario rancido, maleodorante. Siamo la nazione<br />
che negli ultimi dieci anni è cresciuta di meno al mondo (dietro di noi solo Haiti). Ma gli italiani non si preoccupano. Chiedono al Satiro che li comanda di illuderli di poter essere per sempre giovani, e di poter giocare al bunga bunga sul bordo della sua piscina. E intanto si avvoltolano nelle loro rughe e nel flaccidume dei loro ventri, convinti comunque di essere irresistibili. Non siamo più nella realtà, siamo dentro la più grande fiction che sia mai stata realizzata. <em>Matrix</em> è la nostra realtà. E se c’è qualche Neo in giro che abbia ancora energie per provare a disvelare l’inganno, è da lì che deve iniziare la sua lotta.</p>
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		<title>Dedicato a quelli che dei film non ricordano le trame</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 09:21:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Canova</dc:creator>
				<category><![CDATA[Crossroad]]></category>

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		<description><![CDATA[Da anni, a Milano, si teneva una manifestazione denominata Cannes e dintorni. Era sostenuta soprattutto dall’Assessorato alla Cultura della Provincia e consentiva agli appassionati di cinema milanesi di vedere in anteprima una buona selezione delle pellicole da poco presentate sulla Croisette...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.duellanti.com/wp-content/uploads/2010/06/crossroads63.jpg"><img class="size-medium wp-image-4111 alignleft" title="crossroads63" src="http://www.duellanti.com/wp-content/uploads/2010/06/crossroads63-350x178.jpg" alt="" width="350" height="178" /></a>Da anni, a Milano, si teneva una manifestazione denominata <em>Cannes e dintorni</em>. Era sostenuta soprattutto dall’Assessorato alla Cultura della Provincia e consentiva agli appassionati di cinema milanesi di vedere in anteprima una buona selezione delle pellicole da poco presentate sulla Croisette all’interno del più importante festival di cinema europeo. Quest’anno il nuovo assessore &#8211; forse per portare acqua alla posizione di chi ritiene che le Province siano enti non solo inutili ma dannosi &#8211; ha preteso (con mesi di anticipo sullo svolgimento di Cannes) di leggere e approvare le trame dei film prima di decidere se sostenere e finanziare la manifestazione. Avete letto bene, non siete in preda a un attacco di traveggole. A raccontarla così, in astratto, senza citare nomi né luoghi, una storiella simile fa pensare non tanto al Fascismo &#8211; giacché questo notoriamente finanziava anche riviste di cinema su cui scrivevano i comunisti &#8211; quanto alla Romania di Ceauşescu, o a una Repubblica delle banane dominata da qualche emulo di Ubu re. Invece no. La storia &#8211; gli storici del futuro, se ancora ci saranno storici, stenteranno a crederci &#8211; sì è svolta nella “civilissima” e “democratica” Milano nei primi mesi del 2010. E ha avuto per protagonisti alcuni esponenti di un partito che fin dal nome si richiama alla Libertà.</p>
<p>Sic. Gulp. Kz.</p>
<p>Ormai siamo al collasso della semantica. Al totale scollamento tra significanti e significati. Ormai si possono compiere i gesti più liberticidi inneggiando alla libertà, senza che nessuno trovi nulla da ridire. Senza che nessuno si indigni, chieda conto, pretenda il rispetto almeno delle parole. Del linguaggio. Del senso. <em>Cannes e dintorni</em>, alla fine, si è svolta lo stesso, grazie al generoso sostegno, anche economico, del più importante quotidiano milanese. Ma non è questo che conta.</p>
<p>Si poteva anche scegliere di non farla, la manifestazione. Di tagliarla. Ormai se non tagli qualcosa o qualcuno non sei nessuno. Per una rivista come la nostra, la cosa che più indigna in tutta questa storia non è tanto l’arroganza del Potere che pretende di decidere se e cosa far vedere ai sudditi, quanto l’idea che i film possano essere ridotti alle loro trame. Che si possano giudicare sulla base delle sinossi. Una simile “pochezza” culturale &#8211; di destra o di sinistra, non importa &#8211; la dice lunga sul declino irreversibile imboccato dal nostro Paese, sul genocidio delle competenze, sulle macerie che questi anni lasceranno in eredità alle generazioni future. Verrebbe il desiderio di scrivere sinossi virtuali del tutto compatibili con le più miopi logiche assessorili e poi realizzarvi su piccoli film <em>low budget</em> che &#8211; pur rispettando le trame &#8211; facciano venire l’orticaria a tutti gli uomini di potere. C’è qualcuno che ha voglia di provarci? In fondo, il bello del cinema è questo: non basta mai raccontarlo per capire dove e come può colpire duro.</p>
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		<title>Dedicato a chi crede solo a quello che vede</title>
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		<pubDate>Mon, 24 May 2010 13:01:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Canova</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È autentica. No, è falsa. Ogni volta che la Chiesa all’interno delle proprie secolari strategie di marketing decide di esporre la Sindone, e di organizzare il pellegrinaggio di milioni di fedeli verso il luogo in cui è possibile vedere direttamente la più controversa delle reliquie cattoliche...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">«Questo è Gesù&#8230; oddio m’è scappato.<br />
Vabbè, chiamiamolo Gesù fra virgolette».<br />
(Bruno Vespa sulla Sindone, <em>Porta a Porta</em>, 8 aprile 2010)</p>
<p><a href="http://www.duellanti.com/wp-content/uploads/2010/05/occhio1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3995" title="occhio" src="http://www.duellanti.com/wp-content/uploads/2010/05/occhio1-350x274.jpg" alt="" width="350" height="274" /></a>È autentica. No, è falsa. Ogni volta che la Chiesa all’interno delle proprie secolari strategie di marketing decide di esporre la Sindone, e di organizzare il pellegrinaggio di milioni di fedeli verso il luogo in cui è possibile vedere direttamente la più controversa delle reliquie cattoliche, immancabile si riaccende il dibattito come dire “ontologico” sulla sostanza del lenzuolo di lino che avrebbe avvolto il corpo di Cristo, conservando l’impronta del suo sangue. Anche quest’anno, in occasione dell’ostensione della Sindone a Torino, le polemiche sono puntualmente scattate in questa direzione, riproponendo un approccio sostanzialista che a me pare decisamente vecchio e fuorviante. Forse, infatti, il problema non è tanto chiedersi se la Sindone sia un documento vero o falso (anche se il fatto che Rai e Mediaset martellino all’unisono da mesi sulla sua autenticità, senza il minimo contraddittorio scientifico, è un dato che la dice lunga sull’omologazione dell’informazione e sul controllo alla fonte dei contenuti comunicativi). Forse, sarebbe più interessante e necessario chiedersi perché da secoli intorno al sudario in questione si sia costruito un culto feticista basato sull’idea che la Sindone sia vera, così come al contrario ci si dovrebbe interrogare sul perché l’ostensione rituale scateni ogni volta un furore iconoclasta teso a negarle ogni possibile credibilità.</p>
<p>Per chi si occupa non occasionalmente di cinema,la Sindone è la metafora usata da André Bazin per spiegare la sostanza stessa del cinema: nel Novecento quest’ultimo sarebbe stato la Sindone del mondo, cioè la pelle/pellicola in grado di avvolgere il corpo del reale e di conservarne traccia. La Sindone è insomma il feticcio primario (la reliquia?) dell’idea dell’immagine-impronta: nel suo mito si esprime il concetto che l’immagine e più in generale il segno debbano serbare un rapporto di contiguità fisica con il proprio referente per essere verosimili.</p>
<p>Riletta oggi, nell’era del digitale e della falsificazione di massa, la metafora di Bazin regge solo fino a un certo punto: anche quando conserva l’impronta della realtà, il cinema non è una Sindone, bensì casomai un simulacro. O un artefatto che presentifica il mondo anche quando questi è assente. Ma se ciò è vero, allora sorge un sospetto: che dietro la perdurante fiducia nella Sindone vi sia il bisogno/desiderio di credere che le immagini, anche quando si sa che mentono, dicano sempre la verità.</p>
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		<title>Dedicato a chi vuole vedere lontano</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 06:32:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Canova</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Lei è prevenuto contro di me. Se io fossi delle sue stesse idee politiche, lei troverebbe immediatamente le ragioni della mia innocenza». Chi si rivolge con queste parole al magistrato che sta indagando su di lui è l’ingegner Lorenzo Santenocito, Presidente della Santenocito Spa...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.duellanti.com/wp-content/uploads/2010/04/occhio-aprile.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3712" title="occhio-aprile" src="http://www.duellanti.com/wp-content/uploads/2010/04/occhio-aprile-350x161.jpg" alt="" width="350" height="161" /></a>«Lei è prevenuto contro di me. Se io fossi delle sue stesse idee politiche, lei troverebbe immediatamente le ragioni della mia innocenza». Chi si rivolge con queste parole al magistrato che sta indagando su di lui è l’ingegner Lorenzo Santenocito, Presidente della Santenocito Spa, oltre che membro di svariati consigli d’amministrazione di Srl e Spa, titolare di società immobiliari e finanziarie, di volta in volta amministratore unico o consigliere delegato. Quando un giudice istruttore decide di aprire un’inchiesta per le sue spericolate relazioni sessuali con una ragazzina forse mercenaria, Santenocito reagisce così, proclamandosi vittima di una persecuzione politica della magistratura nei suoi confronti. Non è un personaggio della cronaca dei nostri giorni, ma il protagonista di un film di quasi quarant’anni fa, <em>In nome del popolo italiano</em> (1971), diretto da Dino Risi su una sceneggiatura di Age e Scarpelli. L’idea che il potere non sia giudicabile, che i magistrati siano “toghe rosse”, che la giustizia costituisca un impaccio insopportabile all’irrefrenabile tendenza di tanta parte degli italiani a non tollerare neppure l’idea che vi siano regole da rispettare ha radici lontane e non nasce con Berlusconi: già nel 1971 &#8211; quando ancora quest’ultimo non era sceso in campo nemmeno come imprenditore televisivo &#8211; il cinema anticipava con incredibile lucidità e lungimiranza ciò che sarebbe divenuto di stringente attualità nell’agenda politica di quattro decenni dopo. Ma gli italiani non ricordano. E nessuno &#8211; a cominciare dai grandi media, sempre più autoreferenziali o grottescamente proni a intonare le lodi del potere come neppure nella Romania di Ceauşescu &#8211; li aiuta a farlo. Qualcuno rammenta ad esempio come si concludeva I<em>n nome del popolo italiano</em>? Finiva che il giudice (uno straordinario Ugo Tognazzi) metteva le mani sul diario della giovane e lì scopriva l’elemento che scagionava Santenocito da ogni accusa. Ma proprio mentre terminava la lettura, per le strade di Roma si riversava una marea di tifosi in delirio per la vittoria della nazionale di calcio sull’Inghilterra: in un’orgia dionisiaca di tette culi vino rutti e ululati, un popolo di poeti soldati mignotte e ultrà celebrava la grande festa della propria identità. Da qualunque parte volgesse lo sguardo, il giudice vedeva il volto di Santenocito a capo della folla urlante. E decideva di bruciare il diario, distruggendo in tal modo la prova della sua innocenza. Quasi a dire che chi andava messo sotto processo &#8211; attraverso l’ingegnere tronfio e narciso &#8211; era l’intero popolo italiano, che in un figuro come Santenocito (speculatore, inquinatore, corruttore, concussore&#8230;) trovava il suo idolo e il suo eroe. Trovava e trova, ovviamente: perché a guardar lontano &#8211; come solo il cinema sa fare &#8211; si scoprono cose sorprendenti su quello che davvero siamo.</p>
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		<title>Dedicato a chi ha voglia di guardare da una nuova prospettiva</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 10:11:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Canova</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Circola un’idea di Potere abbastanza inquietante tra gli uomini di potere (o al potere) nell’Italia di oggi. La si vede (la si intravede&#8230;) chiaramente (o oscuramente?) nel rapporto che hanno con le immagini. O nel modo in cui le usano. O, più ancora, nella maniera in cui si fanno (o cercano di farsi) essi stessi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3541" title="occhio-601" src="http://www.duellanti.com/wp-content/uploads/2010/03/occhio-601-350x210.jpg" alt="occhio-601" width="350" height="210" />Circola un’idea di Potere abbastanza inquietante tra gli uomini di potere (o al potere) nell’Italia di oggi. La si vede (la si intravede&#8230;) chiaramente (o oscuramente?) nel rapporto che hanno con le immagini. O nel modo in cui le usano. O, più ancora, nella maniera in cui si fanno (o cercano di farsi) essi stessi immagine. Prendete il caso del Governatore della Regione Lombardia Roberto Formigoni, ricandidato a ricoprire il suo ruolo di potere per il quarto mandato consecutivo (un ventennio: un po’ sinistro, non vi pare?). Per la sua campagna elettorale, Formigoni ha scelto di addobbare le strade e le piazze lombarde con una gigantografia in cui la sua effigie si forma &#8211; come in una sorta di puzzle in equilibrio visivo su una dissolvenza incrociata &#8211; attraverso l’accostamento di centinaia e centinaia di fototessere che rappresentano evidentemente cittadini e/o elettori. Dal punto di vista del Governatore, l’intento comunicativo è abbastanza palese: Formigoni presenta se stesso come la sintesi di coloro che lo votano. Meglio: come il corpo mistico che sussume in sé la soggettività di quel popolo sovrano che ancora una volta si accinge a scegliere di farsi rappresentare da Lui. È un’idea del Potere che sta fra il cristologico e l’assolutistico. Cioè &#8211; modernissimamente, no? &#8211; fra Ratzinger e Richelieu: il corpo del sovrano trascende i sudditi, li incarna, si genera in essi e da essi. Lo slogan che accompagna l’immagine recita «Uno di noi». Ma forse, sarebbe stato più corretto dire “Tutti noi in Uno”, “Tutti noi in Lui”. Proviamo a rovesciare il punto di vista e a guardare la medesima immagine non nella prospettiva del Governatore che in essa si autorappresenta, ma da quella di uno qualsiasi di quei “noi” che nel manifesto vengono evocati. Sembra evidente che per generare il viso del capo/sovrano i sudditi scompaiono. Non hanno più identità. Sono pure tessere anonime di un puzzle che li schiaccia. Buone tutt’al più per il televoto. P<em>ush the bottom</em>, e via. A reti unificate. Il Potere non è espressione della volontà dei sudditi: il Potere afferma se stesso e si palesa annichilendoli. Deprivandoli di ogni riconoscibilità, soggettività. Potrebbe esserci chiunque, in quel puzzle. Non lo si vede. Perché al Potere non interessa chi preme il pulsante del televoto, ma quanti l’hanno fatto. E invece, forse, bisognerebbe ricominciare a prendersi cura del chi. Provare ad andare a guardare chi c’è in quella immagine. Com’è fatto. Come sono/siamo fatti. Se si prende una lente e si tenta di scrutare da vicino le facce che il Capo/Re/Dio ha un po’ vampirescamente risucchiato in sé, si scopre ad esempio che si fa fatica a trovare un volto, uno solo, che non sia di razza bianca. Tutte della stessa etnia le tessere del corpo mistico di colui che si prepara a rigovernare per volontà del popolo sovrano.Vuoi vedere che se vai a osservare un po’ meglio come sono fatte le immagini, scopri che quel che voleva sembrare Dio è, tutt’al più, soltanto un idolo padano? Meglio: un idolo pagano.</p>
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		<title>Dedicato a quelli che vorrebbero ritrovarsi</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 14:07:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Canova</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esiste oggi un regista italiano capace di scrivere un libro anche solo lontanamente paragonabile - per profondità, lucidità, incisività - a quel L’organizzazione dello spazio nel «Faust» di Murnau che Eric Rohmer pubblicò nel 1977, quando era già un regista affermato...?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3350" title="occhio_ht-copia" src="http://www.duellanti.com/wp-content/uploads/2010/02/occhio_ht-copia-350x131.jpg" alt="occhio_ht-copia" width="350" height="131" />Esiste oggi un regista italiano capace di scrivere un libro anche solo lontanamente paragonabile &#8211; per profondità, lucidità, incisività &#8211; a quel L’organizzazione dello spazio nel «Faust» di Murnau che Eric Rohmer pubblicò nel 1977, quando era già un regista affermato, riprendendo la sua tesi di dottorato discussa cinque anni prima con Roland Barthes? La domanda mi è sorta spontanea ripensando al grande maestro della Nouvelle Vague scomparso nei giorni scorsi, e ricordato con affetto in questo numero di duellanti. La risposta è che in Italia (e forse non solo&#8230;) oggi un regista simile non esiste. Purtroppo. E dico purtroppo perché mi sembra che una delle tante cose venute meno rispetto a qualche decennio fa sia proprio quel rapporto di osmosi e confronto continuo fra chi il cinema lo fa e chi lo pensa, lo interroga, lo interpreta. Per Rohmer e gli altri “giovani turchi” della Nouvelle Vague la critica non era qualcosa che veniva prima del cinema (né tantomeno dopo il film&#8230;). Anzi: lo spazio della critica era il luogo in cui esso veniva discusso, pensato, analizzato. Non era né un prima né un dopo: era un dentro. Necessario e proficuo quanto il lavoro sul set. Oggi questo spazio non c’è più. Oggi i cineasti disprezzano la scrittura critica militante, concedendosi tutt’al più a qualche sdegnosa intervista, ma sempre su sé stessi e sull’ultimo film da promuovere. Mai nessuno che si metta ad analizzare il proprio Faust, e provi a pensare al cinema al di là e oltre le pur sacrosante ragioni contingenti del marketing. Per converso, bisogna riconoscerlo, probabilmente anche la critica non è più all’altezza di quel che facevano Rohmer, Chabrol e Truffaut. Così come non c’è in giro un autore in grado di produrre pensiero, non si vede neppure un critico capace di essere autorevole e ascoltato su un set. Ma in questo iato, in questa frattura, in questa distanza, si annida uno dei problemi che attanagliano il nostro cinema. La morte di Rohmer ci ha obbligato se non altro a ricordarlo. A prenderne atto. Ora si tratta di vedere se saremo capaci &#8211; critici e cineasti &#8211; anche di fare qualcosa di concreto per provare a invertire la tendenza, e ritrovare uno spazio e un linguaggio comuni.</p>
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		<title>Dedicato agli appariscenti</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jan 2010 21:10:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Canova</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che io sappia, duellanti è l’unico giornale reperibile nelle edicole italiane a testata “mutante”. I lettori l’avranno certo notato: ogni numero cambia il modo in cui ci definiamo. duellanti - mensile di cinema e... ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3192" title="crossroad58" src="http://www.duellanti.com/wp-content/uploads/2010/01/crossroad58-350x179.jpg" alt="crossroad58" width="350" height="179" />Che io sappia, <em>duellanti</em> è l’unico giornale reperibile nelle edicole italiane a testata “mutante”. I lettori l’avranno certo notato: ogni numero cambia il modo in cui ci definiamo. <em>duellanti &#8211; mensile di cinema e&#8230;</em> Il primo termine del binomio è fisso e indiscutibile (il cinema, ovviamente), il secondo invece è variabile. E, almeno nei nostri intenti, discutibile e poco prevedibile. Perché ci piace giocare e provare a generare accostamenti poco “giudiziosi”, o cortocircuiti imprevisti, o associazioni stridenti. Quando ci riusciamo, magari anche illuminanti. In ogni caso &#8211; speriamo &#8211; mai gratuite, sempre legate o al tema di fondo del giornale o a uno di quelli in agenda nei giorni in cui quest’ultimo viene concepito e realizzato. Questo numero &#8211; che è di passaggio, come tutti quelli che ci accompagnano a cavallo di due diversi anni &#8211; abbiamo deciso di titolarlo <em>mensile di cinema e apparizioni</em>. Perché qualcosa “appare”, tra le righe delle varie &#8220;visioni”. E perché siamo convinti che mentre attorno a noi ogni “realtà” sembra scomparire, inghiottita o sostituita dai suoi simulacri mediatici, il cinema resta l’unico luogo in cui ancora sono possibili epifanie, e rivelazioni. Ma attenzione: non è detto che siamo noi i destinatari delle apparizioni possibili. A volte ci viene il dubbio che davanti al grande schermo siamo noi ad apparire a qualcos’altro. A mostrarci a un’altra dimensione. Avete mai avuto il dubbio di essere voi gli appariscenti, guardando un film? Forse Carmelo Bene non diceva poi una cosa molto diversa, quando raccontava &#8211; a modo suo &#8211; di essere apparso alla Madonna&#8230;</p>
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		<title>Dedicato ai superflui</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 12:06:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Canova</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il livello dello scontro si sta alzando. E quello delle immagini è sempre più il terreno strategicamente nevralgico in cui esso si articola, si definisce e si risolve.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3065" title="crossroad57" src="http://www.duellanti.com/wp-content/uploads/2009/11/crossroad57-350x142.jpg" alt="crossroad57" width="350" height="142" />Il livello dello scontro si sta alzando. E quello delle immagini è sempre più il terreno strategicamente nevralgico in cui esso si articola, si definisce e si risolve. Fino a ieri, a dircelo erano soprattutto &#8211; se non esclusivamente &#8211; i cineasti. Erano Clint Eastwood (<em>Flags of our fathers</em>), Paul Haggis (<em>Nella valle di Elah</em>), Brian De palma (<em>Redacted</em>), ma anche Paolo Sorrentino (<em>Il Divo</em>) o Marco Bellocchio (<em>Vincere</em>) a usare tutta la residua potenza drammaturgica del mezzo cinematografico per insegnarci come le immagini fossero orami divenute, al contempo, la causa, lo strumento e talora persino il fine dello scontro di potere. Ma da qualche settimana a questa parte, proprio in Italia (che si rivela a volte un laboratorio capace di anticipare ciò che altrove si manifesta solo più tardi&#8230;) la posta in gioco si è alzata ulteriormente: la diffusione mediatica del videoricatto all&#8217;ex Governatore della Regione Lazio e del video-ritratto dell&#8217;esecuzione camorrista in una via di napoli dimostra come le immagini non siano più semplicemente il territorio simulacrale o l&#8217;artefatto visuale in cui il conflitto si rappresenta o si mette in scena, ma siamo oramai di fatto &#8211; molto più radicalmente &#8211; lo strumento stesso del conflitto se non addirittura il suo detonatore. I video in questione non sono l&#8217;impronta o la traccia di uno scontro che si è svolto o si sta svolgendo altrove. Sono piuttosto parte integrante di un conflitto, che in essi trova la sua sostanza e forse persino il suo senso. Ma che resta da fare allora alla critica, abituata a esercitare le sue virtuose intuizioni testuali, in un contesto &#8220;bellico&#8221; come quello che si è cercato di delineare? meglio; cosa possono fare le armi della critica in un tempo in cui l&#8217;oggetto su cui essa si dovrebbe esercitare diventa di fatto, a sua volta, un&#8217;arma? Provate a leggere il numero di <em>duellanti</em> che avete tra le mani tenendo presente questo interrogativo di fondo. Vi aiuterà a capire meglio la nostra cronica e malinconica impotenza, ma anche &#8211; forse &#8211; la nostra orgogliosa, inattuale e perciò stesso attualissima <em>superfluità.</em></p>
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		<title>Dedicato a chi non ha paura di andare a vedere</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Oct 2009 10:48:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Canova</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C'è una pagina molto bella, in "Vita di Galileo" di Bertolt Brecht, in cui i Padri della Chiesa, inviati dallo scienziato a guardare dentro il suo cannocchiale per verificare di persona la veridicità delle sue scoperte, rifiutano cortesemente ma fermamente di farlo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2844" title="editoriale57" src="http://www.duellanti.com/wp-content/uploads/2009/10/editoriale57-350x202.jpg" alt="editoriale57" width="350" height="202" />C&#8217;è una pagina molto bella, in <em>Vita di Galileo</em> di Bertolt Brecht, in cui i Padri della Chiesa, inviati dallo scienziato a guardare dentro il suo cannocchiale per verificare di persona la veridicità delle sue scoperte, rifiutano cortesemente ma fermamente di farlo. Guardare, <em>andare a vedere</em>, potrebbe implicare il rischio di dover ammettere che Aristotele e i dogmi della Chiesa avevano torto. I Cardinali preferiscono quindi <em>non vedere e non guardare</em> pur di poter continuare a sostenere e a difendere il dogma. La fedeltà e l&#8217;appartenenza contano più della verità. La difesa dell&#8217;autorappresentazione che il Potere dà di sè e del proprio fondamento è più importante della conoscenza. A volte, a seguire con attenzione come funziona il sistema informativo del Nostro Paese, si ha l&#8217;impressione che i media (anche i giornali, non solo le televisioni&#8230;) si comportino un po&#8217; come i Cardinali di Brecht, evitano appuratamente di <em>andare a vedere</em>. Facciamo un esempio che ci riguarda da vicino: <em>duellanti</em> pubblica sul numero scorso gli interventi di alcuni magistrati che si interrogano con argomentazioni non scontate nè superficiali sul rapporto tra mafia e il modo in cui essa viene rappresentata nei mezzi di comunicazione audiovisivi. La cosa &#8211; una volta tanto &#8211; viene ripresa dai grandi media (giornali e Tv), che però si limitano perlopiù a sollecitare il parere di persone che non hanno letto gli articoli, e quindi non solo non entrano nel merito, ma dicono e ribadiscono soltanto quello che avrebbero potuto dire e ribadire anche prima che i pezzi fossero scritti. Si parla di ciò che non si conosce, si interviene su film libri mostre concerti senza averli visti, si pontifica e si sentenzia con spocchia sul nulla. Così la comunicazione gira a vuoto su se stessa, è una macchina celibe che non approfondisce mai niente, un moto perpetuo di rafforzamento del già detto e del già pensato, un marchingegno fenomenale per perpetuare i rapporti di forza, gli stereotipi, i luoghi comuni e le idee dominanti. E&#8217; questo che oggi mette rischiosamente in pericolo la libertà di stampa. Non le censure e le querele (le quali ani servono a illudere il volgo che esiste ancora la libertà di infomazione), ma un dispositivo sistemico che comunica solo se stesso e non produce altro che un chiacchiericcio futile e parassitario: quello che uno dei grandi filosofi del Novecento considerava la radice di ogni menzogna e inautenticità. Ma a dirlo, oramai, siamo rimasti in pochi, quelli &#8211; non a caso &#8211; che non temono di guardare dentro i cannocchiali del nostro tempo, anche a rischio di vedere qualcosa di molto sgradevole per le certezze e i dogmi di chi sta guardando.</p>
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		<title>Dedicato a chi si interroga su che storie raccontare</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 09:45:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Canova</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quello che avete tra le mani è un numero di duellanti molto speciale. Unico, verrebbe da dire.]]></description>
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<p><img class="alignleft size-medium wp-image-2521" title="editoriale55" src="http://www.duellanti.com/wp-content/uploads/2009/09/editoriale55-350x165.jpg" alt="editoriale55" width="350" height="165" />Quello che avete tra le mani è un numero di <em>duellanti </em>molto speciale.Unico, verrebbe da dire.</p>
<p>Alcuni magistrati impegnati in prima linea nella lotta contro la mafia e la malavita organizzata (Roberto Scarpinato e Antonio Ingroia di Palermo, Raffaele Marino di Torre Annunziata) intervengono su una rivista di cinema per aprire una riflessione sul tipo di rappresentazione che il cinema italiano e più in generale la nostra industria culturale stanno dando della mafia, della camorra e delle loro nefande attività. Che io sappia non era mai successo prima: ed è bello e giusto che accada ora, in un momento di sbandamento del nostro cinema, ma anche di ricerca e di riflessione. Siamo sicuri, si chiedono i magistrati, che quello adottato fino ad ora sia il modo più giusto di raccontare la mafia? Perché solo certe storie vengono raccontate e altre – quelle più oscene – restano costantemente al di fuori dell’interesse di registi, romanzieri e sceneggiatori?</p>
<p>Non è una lettera aperta al cinema italiano, quella dei magistrati. È una riflessione accorata – che interviene non solo sul cosa ma anche sul come – affinché ci si metta insieme – almeno fra coloro che ancora hanno a cuore le sorti di un paese che si sta a poco a poco perdendo – per provare a immaginare di raccontare storie diverse. O, anche, un altro modo di raccontare le storie. E’ un invito a incrociare punti di vista, percorsi, esperienze, conoscenze. A scambiarsele. Quello che pubblichiamo in questo numero è il punto di vista di chi rischia in prima persona perché l’osceno –che non è quello di Berlusconi e delle sue escort – cessi di restare fuori scena. Ci auguriamo che il cinema italiano –  ma anche la fiction prodotta dalle nostre Tv – sappiano ascoltare, riflettere e rispondere. Duellanti si offre come ponte, come terra di mezzo, come possibile cerniera. E lo fa, non a caso, nel numero che sarà distribuito in contemporanea con la Mostra del Cinema di Venezia.</p>
<p>40 anni fa, a Venezia, Federico Fellini portava il suo <em>Satyricon</em>. Ritraeva brueghelianamente la decadenza di un mondo: quello dell’Impero romano, ma non solo. Perché oggi in Italia non si fanno più film così? Perché nessuno li pensa, li gira, li produce? Allora ci fu chi liquidò il <em>Satyricon</em> come “ciarpame” e “guazzabuglio”, ma anche chi – come Mario Verdone, recentemente scomparso, padre di Carlo – vide in esso “un rogo per ricominciare”. Andiamo a Venezia con l’auspicio che il nostro cinema – così fragile, così diviso, cos’ stremato dai tagli dei fondi pubblici e da un congenita debolezza, ma anche così sorprendentemente capace di scatti d’orgoglio e di guizzi di immaginazione – ritrovi la forza di rialzare gli occhi, di guardarsi attorno e di ricominciare a raccontare i nostri incubi e i nostri sogni. Magari accendendo qua e là qualche piccolo, simbolico rogo.</p>
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		<title>Dedicato a quelli che non si rendono conto</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jul 2009 12:03:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianni Canova</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Spesso sono i dettagli a rivelare la sostanza delle cose. Nella recente riforma dell’ordinamento dei nostri licei proposta dal Ministro Gelmini c’è un dettaglio rivelatore di cui nessuno ha parlato...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-medium wp-image-2112 alignleft" title="editoriale54" src="http://www.duellanti.com/wp-content/uploads/2009/07/editoriale54-350x231.jpg" alt="editoriale54" width="350" height="231" />Spesso sono i dettagli a rivelare la sostanza delle cose.<br />
Nella recente riforma dell’ordinamento dei nostri licei proposta dal Ministro Gelmini c’è un dettaglio rivelatore di cui nessuno ha parlato: anche questa volta si continua a escludere il cinema e la cultura visuale dalle materie curriculari del nostro ordinamento didattico e formativo. Siamo ormai l’unico Paese europeo in cui non si studia il cinema nelle scuole. L’unico in cui un ragazzo o una ragazza possono prendere la maturità classica, magari con il massimo dei voti, sapendo tutto &#8211; poniamo &#8211; su Ugo Foscolo, ma non avendo visto Apocalypse Now o 2001: Odissea nello spazio, e senza aver mai sentito parlare di La dolce vita o di Rocco e i suoi fratelli.<br />
E poi ci si stupisce che i ragazzi non abbiano gli strumenti necessari per leggere e interpretare il presente, o che rifiutino la scuola e le esperienze che essa propone&#8230;<br />
Nessun governo, né di destra né di sinistra, ha mai messo in agenda<br />
il problema. Nessun Ministro se n’è mai occupato. Disattenzione? Mancanza di risorse economiche? Non proprio. Non solo. In un Paese in cui il 70% dei cittadini &#8211; secondo un recente rapporto Censis -<br />
decide i propri comportamenti di voto esclusivamente sulla base<br />
di informazioni e/o suggestioni ricavate dalla televisione, qualcuno deve ritenere molto comodo che questa fetta di elettori sia formata<br />
da analfabeti visuali. Cioè da persone prive dei saperi minimi necessari a decodificare, interpretare e rielaborare i linguaggi audiovisivi. Una classe politica autoreferenziale, preoccupata solo di perpetuare se stessa, continua a rendersi responsabile di un gap culturale di cui pagheremo tutti, prima o poi, le conseguenze. Ammesso che non le stiamo già pagando, senza che ancora ce ne rendiamo conto.</p>
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