duellanti – mensile di cinema e…

26 ottobre 2010

Maschi contro femmine

Archiviato in: Recensioni — Tag: — Marco Villa @ 13:25

La storia – Tradimenti, innamoramenti, passioni, delusioni: l’eterno conflitto maschi vs. femmine raccontato attraverso storie che si incrociano tra loro.

Cose che ci sono in Maschi contro femmine: stereotipi, battute telefonate, disquisizioni e doppi sensi sui concetti di “duro”, “tenere duro” e “durissimo”, nudi a profusione, gioco interattivo a chi colleziona più marchi di product placement (con tanto di battuta: “Paola, il direttore ti vuole per parlarti di Impresa Semplice”), toscanismi all’ennesima potenza, personaggi della temibile categoria “non possiamo non essere simpatici al pubblico”, una canzone inedita di Francesco Baccini.

Cose che non ci sono in Maschi contro femmine: scrittura dei personaggi (non si osa sperare di poter aggiungere l’aggettivo “interessanti”), fotografia pensata per più di trenta secondi, direzione degli attori (lasciati liberi di replicare al millimetro la parte che da anni mandano a memoria in tv), sceneggiatura che abbia svolte migliori di “li mandiamo in Corsica così i traghetti ci sponsorizzano”, interesse culturale che giustifichi il finanziamento del ministero, motivazioni per fare uscire a febbraio un film gemello dall’esplosivo titolo Femmine contro maschi.

…in un tweet:
Maschi contro femmine: prendete le vostre aspettative e inabissatele fino a un cm dal fondo. Per raschiarlo, è in arrivo il secondo capitolo

23 ottobre 2010

Figli delle stelle

Archiviato in: Recensioni — Tag: — Dario Cortimiglia @ 20:00

La storia – Un giovane portuale del nord-est, un professore disoccupato che fa il pizzaiolo, un rivoluzionario radical-chic, un’aspirante giornalista tv ed un uomo appena uscito di galera, delusi dalla loro vita e in preda alla passione antipolitica decidono di rapire un politico.

Dolce e amaro. Personaggi non più giovani ma ancora non realmente adulti, figli di un precariato condizione esistenziale nazionalpopolare, nel desiderio di agire, di lasciare un segno si abbandonano ad un’impresa troppo grande. Antieroi moderni ispirati a Robin Hood, rapiscono un sottosegretario con la convinzione di aver rapito un Ministro. Una morte bianca sul posto di lavoro innesca il vortice del sequestro, tinteggiato da venature agrodolci, ottenendo una commistione tra la commedia italiana del genere I soliti ignoti e la comicità surreale dei Cohen, attingendo da Monicelli, Pietrangali, Germi. Se la tv è il luogo dove si crede di far politica, dove si parla ma nessuno ascolta, dove si vede ma nessuno guarda, il cinema è il luogo dove dar vita all’impossibile, dov’è possibile essere figli delle stelle.
Non c’è alcun intento politico in Pellegrini, anche se la sublimazione parodistica del sequestro lo lascia intuire. Come la canzone di Alan Sorrenti che dà il titolo vive di una duplice essenza – triste ma al tempo stesso ricca di beatitudine – così la pellicola si mostra ambigua, equivoca. È lo sguardo del regista, è la vita dei personaggi che ce lo dimostra, è la condizione in cui ci troviamo (?).

Questo è un commento “a caldo”.

22 ottobre 2010

Passione

Archiviato in: Recensioni — Tag: — Katiuscia Incarbone @ 07:34

La storia – Tra il documentario e il musical, frutto di sole quattro settimane di lavoro, il film racconta Napoli attraverso la musica. Protagonisti di tale viaggio sono i musicisti della nuova generazione della canzone napoletana (Avion Travel, Enzo Avitabile, Beppe Barra, Raiz, Pietra Montecorvino etc.) a cui fanno eco i volti e le voci di quei napoletani che cantanti non sono, ma che condividono con i professionisti l’uso espressivo delle proprie corde vocali come primario processo di alfabetizzazione.

Passione-un’avventura musicale di Turturro è un film da sentire, più che da vedere e ascoltare. Coadiuvato da F. Vacalebre (redattore e critico musicale de Il mattino), co-autore del film, il regista opera una ricerca musicale che tenta, allo stesso tempo, di essere una ricerca antropologica sulla napoletaneità. Lo sguardo di cui Turturro si fa portatore è quello di uno straniero che sente visceralmente la propria appartenenza a Napoli come luogo del mistero, dove il senso della tragedia è vissuto per strada e sentito da quegli elementi naturali che ne connaturano l’essenza (il fuoco e l’acqua). Ciò che si avverte è, infatti, una fascinazione, non priva di momenti di folklore, per una sorta di ricerca archetipica di volti e di gesti sul sentire umano.

Il ritmo, che sostanzia l’attenzione al dettaglio, al movimento e agli sguardi, si sposa con un intento di respiro intercontinentale, (la presenza dell’attore americano Max Casella che canta insieme a Beppe Barra e M’Barka Ben Taleb, la partecipazione della cantante portoghese Misia etc.), in grado di farci sentire stranieri in terra natìa e nativi in terra patria e in grado di evocare quei suoni il cui riverbero ci accomuna.

Questo è un commento “a caldo”.

17 ottobre 2010

Buried – Sepolto

Archiviato in: Recensioni — Tag: — Dario Cortimiglia @ 19:22

La storia – Paul si ritrova rinchiuso in una cassa di legno a 3 metri sotto terra, con un cellulare, una matita e un accendino. Grazie a questi tre elementi deve capire com’è finito in quella bara, per quale motivo e come fare a guidare i soccorritori fino a lui per poterlo liberare.

Audacemente hichtcockiano. Il film di Rodrigo Cortés è una lezione d’arte registica che arriva da un giovane regista di 36 anni. Con Buried entriamo nel buio di una bara che si illumina dopo qualche minuto grazie ad un accendino e restiamo li per tutto lo svolgimento della storia, assistendo alla radicalizzazione delle tre unità aristoteliche proprie della tragedia greca (tempo, luogo, azione). Non usciamo, non vediamo nulla all’infuori del volto e del corpo di Paul Conroy (Ryan Reynolds). L’oscurità avvolge buona parte della pellicola e noi ci immergiamo a capofitto, in un buio che invade la sala oltre ogni già esperita “visione”, con i lamenti e le grida di Paul a riempire lo schermo, a dare sostanza e suggerire l’invisibile.

Tutto quello che sappiamo lo scopriamo telefonata dopo telefonata. Sappiamo che è il 23 ottobre 2006, che ci troviamo in un imprecisato luogo dell’Iraq e che Paul è un camionista rimasto vittima di un sequestro ad opera di qualche terrorista.Si passi sopra a qualche sbavatura di sceneggiatura, perché il finale è di quelli che cancella ogni imperfezione.

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10 ottobre 2010

The Town

Archiviato in: Recensioni — Tag: — Katiuscia Incarbone @ 10:17

La storia – Charlestown, Boston. Doug MacCray, dopo una carriera sportiva stroncata, diventa il capo di una banda “specializzata” nel rapinare banche. Durante una rapina, il compagno Jem decide di prendere come ostaggio la direttrice di banca Claire Keeser per poche ore. Quando la banda scopre che Claire è di Charlestown, Doug decide di pedinarla perché possibile testimone. Doug si innamora di Claire e decide di andarsene via da Charlestown (unico modo per fuggire al proprio destino), ma il suo amico fraterno Jem cerca di impedirglielo facendogli promettere di effettuare l’ultima rapina.

“Ogni anno a Boston ci sono più di 300 rapine in banca e la maggior parte dei professionisti vive in un quartiere di un miglio quadrato chiamato Charlestown”. La didascalia introduttiva ci serve qui ad individuare un luogo (Boston, appunto) e un genere (poliziesco), ma le panoramiche aree
sulla città sono seguite da un serrato scarto di piani stretti. Il genere sceglie una città e delle istanze personali. L’azione si infittisce di sentimenti e di volti. Cosa diventi quando nasci in un certo luogo e frequenti certe persone? Non hai scelta: o tradisci e diventi un poliziotto oppure continui la storia di famiglia e fai il rapinatore. Ed è proprio in questo dilemma antropologico che si viene a scoprire che i cattivi non sono poi così cattivi e che dietro le azioni più atroci si nascondono motivazioni eroiche.

Alla sua seconda prova da regista, Ben Affleck realizza un film di genere godibile sia per gli amanti dell’azione che per i cuori romantici. Sebbene non sia interessato ad apporre una presunta ricerca di originalità, riesce a tessere una galleria di loser molto complessi, ma manca un po’ di sano cinismo.

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8 ottobre 2010

Innocenti bugie

Archiviato in: Recensioni — Tag: — Dario Cortimiglia @ 10:15

La storia – Una casalinga della provincia americana vede la sua vita sconvolta dopo un incontro fortuito con quella che si rivela ben presto una super-spia internazionale che la conduce in un pericoloso viaggio intorno al mondo per proteggere un’invenzione che potrebbe rivelarsi la chiave dei problemi energetici del pianeta.

Potpourri. Chi è Roy Milner? È un po’ Ethan Hunt, un po’ James Bond e un po’ McGyver? Forse accostarlo a tre personaggi, ognuno a suo modo, simbolo di un modo di essere e di fare action nel cinema è esagerato, ma l’iperbole può essere perdonata, perché l’intento di base del film è dissacrante, sbeffeggiativo di situazioni classiche del genere spionaggio/azione. Il titolo italiano poi, suggerisce e fa trovare molto della lezione impartita da James Cameron con True lies – Verità nascoste del 1998.
Non mancano ovviamente pompose sequenze di inseguimento in auto e in moto, con relative distruzioni dei veicoli coinvolti, e non manca l’elemento per cui Tom Cruise e Cameron Diaz sono tornati a recitare assieme dopo Vanilla Sky e James Mangold si è rimesso dietro la macchina da presa dopo Quel treno per Yuma, ovverosia, la risata. Innocenti bugie non tradisce lo spettatore in cerca di non-sense narrativa, spettacolarità visiva e calco, spudoratamente sarcastico, di cliché tipici del genere. A tradire, come spesso accade, è la traduzione italiana del titolo originale: Knight & day.

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5 ottobre 2010

The Horde

Archiviato in: Recensioni — Tag: — Simone Spoladori @ 07:06

La storia – Nella banlieue parigina, quattro poliziotti corrotti decidono di vendicare un amico assassinato da terribili delinquenti che si rinchiudono in un edificio popolare abbandonato. Appena giunti sul posto, la vendetta personale dei poliziotti si trasforma in un incubo.

Presentato fuori concorso a Venezia nel 2009, The Horde, con pochi giri di parole, è, a mio parere, uno degli horror più brutti che siano stati distribuiti in Italia negli ultimi anni. Personalmente fatico a comprendere come Domenico Procacci e la sua Fandango abbiano potuto decidere di fare questa incursione nel “genere” per supportare un film così fintamente sgangherato e in realtà tanto pretenzioso e ammiccante.

Si tratta infatti di uno splatter imperniato sulla commistione di generi che si trasforma presto in una carneficina da baraccone totalmente fuori controllo, fumettosa e iperbolica, che ha soprattutto il grandissimo problema di non riuscire a divertire nemmeno chi accetta di non prendere nulla sul serio.

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1 ottobre 2010

Benvenuti al sud

Archiviato in: Recensioni — Tag: — Mimmo Gianneri @ 08:42

La storia – Alberto è il direttore di un’agenzia delle Poste italiane brianzola. L’aspirazione è di essere trasferito in una sede di Milano, così da soddisfare anche le insistenti richieste della moglie. Per salire in graduatoria si finge disabile. Viene però banalmente scoperto e spedito in un piccolo ufficio di Castellabate, in Campania. Per un nordico convinto come lui, è un trauma assoluto. Scoprirà invece un territorio sereno e accogliente…

Benvenuti al sud è il remake del campione d’incassi francese Giù al nord (un direttore di poste della Provenza viene trasferito in un paesino di montagna nel nord della Francia invece che nell’agognata Costa Azzurra). Immaginiamo fosse difficile svincolarsi dalla struttura ferrea del film francese. Ci si prova con interpreti molto riconoscibili e recuperando l’imperituro conflitto tra la provincia lombarda e la tanto bistrattata Campania all’insegna di cliché ritriti e a somma zero: il sud è bellissimo e tipicissimo, il nord nebbiosissimo e laboriosissimo. Ci indigniamo? No, perché il film diverte, soprattutto nella prima parte: il monologo di Teco Celio “Gran Maestro della confraternita del gorgonzola” lo vorremmo già su youtube. Alla fine, Miniero ha solo il fiato corto sulla distanza, come nei precedenti film. Sorprende, piuttosto, di leggere tra gli autori il nome di Gaudioso (il collaboratore alle sceneggiature di… Garrone!): la sequenza in cui gli abitanti del paese allestiscono una Castellabate camorristica per confermare alla moglie di Alberto i suoi pregiudizi è una messinscena che ricorda proprio il mondo primitivo ritratto da Gomorra. Come se le differenze tra lo scavo antropologico garroniano e la farsa fossero riconducibili unicamente a un problema di scenografia. Qua, ci corrucciamo.

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27 settembre 2010

L’ultimo dominatore dell’aria

Archiviato in: Recensioni — Tag: — Chiara Grizzaffi @ 22:18

La storia – I quattro regni dominati dai quattro elementi (fuoco, aria, acqua, terra) sono in lotta fra loro a causa della scomparsa dell’Avatar (sic!), una sorta di Messia capace di dominarli tutti, e di mantenere la pace. Ma la giovane Katarasi imbatte casualmente in Aang, un piccolo monaco rimasto prigioniero nel ghiaccio per 100 anni, che si rivelerà essere proprio il tanto atteso e temuto Avatar.

Con L’ultimo dominatore dell’aria, Shyamalan prende le distanze dalla sua produzione precedente, cimentandosi in un fantasy. Eppure, attraverso la metafora degli elementi e le ispirazioni buddiste che animano il racconto, sembra idealmente riallacciarsi a E venne il giorno: la sopravvivenza nel suo mondo fantastico si basa sull’armonia e l’equilibrio fra uomo e ambiente, quell’armonia la cui perdita rappresentava la minaccia nel suo penultimo lavoro.

Predestinazione, sacrificio, racconto di formazione: nascosto tra effetti speciali e suggestive mosse di arti marziali Shyamalan c’è ancora. Ma non incide forse come si vorrebbe, soffocata da un certo, scontato intento pedagogico, da reminescenze à la piccolo Buddha, dalla retorica di genere. L’intero film finisce per somigliare a quel 3D posticcio, aggiunto a lavorazione finita e del tutto superfluo (se si esclude l’inquietante sensazione di essere aggrediti dal logo della Paramount): uno strano ibrido che, pur conservando i segni del vecchio tracciato, fatica ad aprirsi verso nuove direzioni.

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The Limits of Control

Archiviato in: Recensioni — Tag: — Marco Villa @ 11:51

La storia – Un killer attraversa la Spagna per raggiungere la persona che deve uccidere. Sul percorso incontra uomini e donne che gli forniscono informazioni sull’obiettivo della missione.

The limits of control è un anti-roadmovie. Nel senso che è innegabilmente un film sulla strada e dedicato al viaggio, ma del viaggio punta a eliminare ogni fascino e mistero. Il percorso del protagonista non porta a nuove esperienze o scoperte, ma si rivela una spietata ripetizione di meccanismi, gesti e parole. L’assassino dall’abito impeccabile incontra una serie di persone che gli si rivolgono con parole d’ordine e gli recapitano biglietti in codice. Al più gli parlano di grandi argomenti (musica, sesso, cinema, scienza, pittura) ma sempre in modo elusivo e non chiarificatore. Facile allora (forse troppo?) sovrapporre la figura dell’assassino a quella dello stesso Jarmusch. Quello del regista (o di qualsiasi artista) è infatti un continuo viaggio in una terra sconosciuta, nella quale le persone e i fatti che si incontrano lanciano stimoli che devono essere interpretati, decodificati e rielaborati. Elementi che concorrono al raggiungimento dell’obiettivo finale (l’omicidio/opera da realizzare), ma che devono scontrarsi con i meccanismi interni che bloccano l’artista come ogni persona. Perché non è facile uscire dallo schema confortante dei “two expressos in separate cups”.

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24 settembre 2010

Inception

Archiviato in: Recensioni — Tag: — Elena Gipponi @ 16:43

La storia – Dom Cobb è un abilissimo ladro, che possiede una grande capacità: rubare preziosi segreti dal profondo del subconscio mentre si sogna, quando la mente è al massimo della sua vulnerabilità. Le sue abilità di Cobb ne hanno fatto unnome di punta del mondo dello spionaggio industriale, ma lo hanno reso un fuggitivo ricercato in tutto il mondo, costretto a lasciarsi alle spalle tutto ciò che ha sempre amato. Ma ora Cobb ha una chance di redenzione: un ultimo lavoro potrebbe restituirgli la sua vita, ma solo se riuscirà a rendere possibile l’impossibile.

L’architettura del sogno

Se non riesci a ricordare di preciso quando è iniziata la situazione o l’azione in cui sei coinvolto, è probabile che tu sia in un sogno: è una delle prime lezioni che Dom Cobb impartisce ad Arianna, abile studentessa di architettura specializzata nella progettazione di labirinti. E in effetti Inception ha un doppio inizio in medias res, giusto per dichiarare subito l’instabilità del suo terreno.

Di sequenza in sequenza poi il prestigiatore Nolan aggiunge strati e nuove dimensioni al suo “modellino”: non solo paradossi e sogni al cubo, quindi, ma anche cinema per tanti gusti, dalla spy story al melodramma, dall’action movie alla psicanalisi freudiana, dal videogioco alla riflessione estetica sul cinema stesso, così da lasciarci liberi di scegliere a che livello piazzarci, a che velocità far scorrere il tempo… nella rinnovata convinzione che stare seduti in una sala cinematografica sia per ora e ancora il modo migliore per condividere i sogni, di qualunque “genere” essi siano, e l’unico sistema per accumulare esperienza e vita ritrovandosi sempre «ancora giovani insieme».

A proposito: quando siamo entrati in sala?

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17 settembre 2010

Mangia, ama, prega

Archiviato in: Recensioni — Tag: — Dario Cortimiglia @ 08:35

La storia – Liz Gilbert ha tutto, ma come molte donne è insoddisfatta, confusa ed è alla ricerca di cosa effettivamente desiderare. Per dare un cambiamento radicale alla sua vita, intraprende un viaggio intorno al mondo, un percorso per ritrovare se stessa.

Fisica dell’anima. Un lungo viaggio alla ricerca del proprio io suddiviso in tre tappe che apportano precisi benefici. Il film è tratto dalle memorie di Elizabeth Gilbert, che realmente ha effettuato un viaggio di questo tipo alla scoperta del mondo e di sé. Le tre tappe possono essere viste come tre sfere egualmente importanti che completano l’essere umano. Sacro e profano si accostano l’uno all’altro (vedi la scena in cui Liz assapora un gelato a Roma accanto a due suore) per dar modo all’uomo di vedere la luce oltre il buio. Se la prima tappa, a Roma, rappresenta l’inizio del “nutrimento” spirituale, abbandonandosi ai peccati di gola e dedicandosi al dolce far niente, la seconda parte, in India, rappresenta invece la ricerca della quiete e della pace interiori. Nell’ultimo atto, in Indonesia, si deve riuscire a trovare il giusto equilibrio per poter dare e ricevere incondizionatamente. Il messaggio spirituale di fondo arriva, ma arriva tardi. La troppa depressione latente anestetizza la gioia di vivere e la morale che premono per bucare lo schermo e allontana lo spettatore. Il risultato è un incrocio tra un documentario del National Geographic, grazie anche alla fotografia che esalta luci e colori, e uno spot dell’assessorato al turismo, che sottolinea, nel bene e nel male, gli stereotipi culturali.

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16 settembre 2010

My son, my son what have ye done

Archiviato in: Recensioni — Tag: — Marco Villa @ 19:20

La storia – A Richmond, in California, una donna viene uccisa dal figlio Brad. La polizia si reca sul posto e interrogando amici e conoscenti dell’assassino ricostruisce gli avvenimenti che hanno portato all’omicidio.

Produce David Lynch, scrive e dirige Werner Herzog.
Facile pronosticare un thriller non convenzionale, in cui i canoni sono sovvertiti. L’operazione in realtà è ancor più radicale. Percorrendo a ritroso l’esistenza del matricida Brad si scopre che nel film tutto è slittato. Ogni personaggio, ogni animale, ogni oggetto entrato in contatto con Brad abdica al proprio ruolo. La fidanzata interpreta nel gruppo teatrale frequentato dai due la parte della madre dello stesso Brad, il regista slitta nel ruolo di padre e la coppia madre-figlio, nucleo drammatico dell’intera vicenda, mantiene la propria identità, ma perde la cognizione del tempo, dirigendosi sempre più pericolosamente verso una dinamica infantile. La condizione di Brad è poi esemplificata dalle figure animali che intervengono nella vicenda. La sua incapacità di procedere nell’età adulta è incarnata da galli e struzzi allevati dallo zio: animali combattivi e di temperamento, ma del tutto inadatti al volo. Restano i fenicotteri, ossessione materna per eleganza e portamento, ma nuovamente emblema di un’impossibilità per la mente di Brad, che li vede come “aquile mascherare”. Come ovvio, l’indagine diventa così soprattutto uno scavo, che lascia risposte ai detective e inquietudini agli spettatori.

Questo è un commento “a caldo”.

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