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	<title>duellanti - mensile di cinema e... &#187; A qualcuno piace caldo</title>
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	<description>Rivista di cinema e...</description>
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		<title>Polisse</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 10:05:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabrizia Malgieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[A qualcuno piace caldo]]></category>
		<category><![CDATA[polisse]]></category>

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		<description><![CDATA[La quotidianità della Sezione Protezioni Minori di Parigi, divisa tra l’arrestare pedofili e il riflettere sui rapporti interpersonali durante le pause pranzo, alla disperata ricerca di normalità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>La storia – La quotidianità della Sezione Protezioni Minori di Parigi, divisa tra l’arrestare pedofili e il riflettere sui rapporti interpersonali durante le pause pranzo, alla disperata ricerca di normalità.</h4>
<p>Ci sono film che scivolano via, e poi ci sono film come <em>Polisse</em> che ti piombano sui denti come una mazza chiodata. La pellicola – vincitrice del Premio della Giuria alla scorsa edizione del Festival del Cinema di Cannes – nasce dalla curiosità della regista Maiwenn Le Besco, rimasta colpita dalla visione in tv di un documentario dedicato alla BPM (Brigade de Protection des Mineurs, brigate per la protezione dei minori, ndr.). Ed è proprio dal documentario che Maiwenn &#8211; qui, non a caso, anche attrice, nel ruolo della silenziosa fotografa che documenta a colpi di flash la vita della squadra speciale &#8211; recupera l’uso di una camera a mano sporca, che, al tempo stesso, si pone come spettatore taciturno alle spalle dei personaggi che vuole raccontare.</p>
<p>Un film, <em>Polisse</em>, che lavora su due piani narrativi in realtà non tanto lontani tra loro: la drammatica routine quotidiana con cui la  BPM è costretta a convivere, fatta di stupri, violenze sui minori e casi di abbandono, e una riflessione sull’apparente e necessaria normalità di un gruppo di agenti, costretti a confrontarsi ogni giorno con l’impalpabilità delle loro vite e alla continua e disperata ricerca di una boccata d’ossigeno dall’orrore quotidiano. E poi c’è un pregio, un grande pregio: dalla sua, infatti, la Maiwenn non cede mai alla tentazione di trascinare lo spettatore in una riflessione asettica sull’orrore, fatta di lacrime facili e situazioni portate volutamente all’estremo. La regista, infatti, preferisce utilizzare l’incredibile <em>effetto realismo</em> per analizzare e vivisezionare due realtà dure, durissime, che, paradossalmente, sono costrette ad intrecciarsi e che condividono ben più di un punto di contatto. C<em>hapeau. </em></p>
<p><strong>…in un tweet:</strong> Ci sono film che scivolano via, e poi ci sono film come <em>Polisse</em> che ti piombano sui denti come una mazza chiodata.</p>
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		<title>Millennium: Uomini che odiano le donne</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 08:48:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Fabbroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[A qualcuno piace caldo]]></category>
		<category><![CDATA[millennium-uomini-che-odiano-le-donne]]></category>

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		<description><![CDATA[Repetita iuvant: Mikael Blomqvist è un giornalista investigativo finito in disgrazia a seguito di una condanna per diffamazione; deciso ad uscire di scena per preservare l'integrità del proprio giornale (l'eponimo Millennium)...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>La storia &#8211; <em>Repetita iuvant</em>: Mikael Blomqvist è un giornalista investigativo finito in disgrazia a seguito di una condanna per diffamazione; deciso ad uscire di scena per preservare l&#8217;integrità del proprio giornale (l&#8217;eponimo <em>Millennium</em>), Mickael entra in contatto con Henrik Vanger, uno degli uomini più ricchi di tutta la Svezia, il quale gli propone di indagare sulla scomparsa dell&#8217;amata nipote Harriet, avvenuta molti anni prima. Blomqvist si mette subito sulla tracce della ragazza, facendosi aiutare da Lisbeth Salander, una giovane hacker dall&#8217;eccezionale talento investigativo&#8230;</h4>
<p>Ogni nuovo film di David Fincher suscita sempre grande attesa, inutile negarlo, così neppure questo primo capitolo della trilogia <em>Millennium</em> &#8211; nata dalla fantasia di un giornalista che scriveva romanzi per hobby, morto troppo giovane senza potersi godere una sola fetta dell&#8217;enorme successo prodotto dalla sua opera &#8211; può sottrarsi alla regola, nonostante un predecessore potenzialmente scomodo come la trasposizione di <em>Uomini che odiano le donne </em>datata 2009 e firmata dal danese Niels Arden Oplev.</p>
<p>Solo che l&#8217;ultimo film di Fincher è molto più del classico remake &#8220;all&#8217;americana&#8221; di un film europeo di successo, dal momento che riesce nel duplice intento di rimanere fedele all&#8217;impostazione del romanzo di Larsson, mantenendo inalterate l&#8217;ambientazione così come le radici culturali dell&#8217;opera, senza tralasciare l&#8217;elemento caratteristico che ti aspetti da uno come Fincher: il tocco di classe, la profondità di vedute che solo il vero autore può offrire, sia a livello di regia, tecnicamente eccelsa (nei momenti più tipicamente &#8220;fincheriani&#8221;, come la sequenza dell&#8217;inseguimento del rapinatore nella metropolitana, così come in quelli più disturbanti, vedi la terrificante scena dello stupro a casa del tutore di Lisbeth), che a livello di scrittura, grazie alla quale lo spettatore arriva senza intoppi al nocciolo del discorso: la consapevolezza che il potere non può sussistere senza sviluppare un proprio lato oscuro, e l&#8217;amara constatazione che nemmeno la più sacra fra le istituzioni &#8211; la famiglia &#8211; è al riparo dai germi della follia omicida.<br />
Niente di nuovo sotto il sole, direte voi. Può darsi, tuttavia in oltre due ore e mezzo di film il divertimento non manca. Non è poco.</p>
<p><strong>&#8230;in un tweet:</strong> Ci sono uomini che odiano le donne, e ci sono registi che sanno farti amare il cinema: David Fincher appartiene senz&#8217;altro alla seconda categoria.</p>
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		<title>Hugo Cabret</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 09:24:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario Cortimiglia</dc:creator>
				<category><![CDATA[A qualcuno piace caldo]]></category>
		<category><![CDATA[A qualcuno piace caldo - Extended Edition]]></category>
		<category><![CDATA[hugo-cabret]]></category>

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		<description><![CDATA[Hugo Cabret è un orfano che vive segretamente nella stazione ferroviaria di Parigi negli anni ‘30.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span id="internal-source-marker_0.9026786512695253"></p>
<h4>La storia &#8211; Hugo Cabret è un orfano che vive segretamente nella stazione ferroviaria di Parigi negli anni ‘30. Un automa rotto, un’eccentrica ragazza e il freddo proprietario di un negozio di giocattoli lo catapultano in un’avventura alla scoperta della magia del cinema che cambierà le vite di tutti.</h4>
<p dir="ltr"><em>Ubi maior</em>. Di tanto in tanto si vede un film che racchiude in sé la magia e l’emozione che il cinema è in grado di sprigionare.<em> Hugo Cabret</em> è uno di questi. Il primo film in 3D di Martin Scorsese, tratto dal romanzo di Brian Selznick <em>La straordinaria invenzione di Hugo Cabret</em>, dimostra ancora una volta il talento di un regista buono come il vino, che più invecchia e più si fa apprezzare.</p>
<p dir="ltr">Scorsese si muove a suo agio con il 3D manco fosse un veterano di questa tecnica, prendendo anche spunto, è più che giusto, da altre produzioni, per esempio <em>Polar Express</em> e <em>A Christmas Carol</em> di Robert Zemeckis, per i voli che lascia compiere alla macchina da presa in una Parigi perennemente imbiancata dalla neve e ricostruita ad hoc per riproporre gli anni ’30 – ma qui c’è pure lo zampino dello scenografo 2 volte premio Oscar Dante Ferretti. Detto questo, tecnicamente c’è poco da eccepire e c’è poco da dire. Si parlava infatti di “magia” ed “emozione”. Sono l’essenza del cinema? Secondo qualcuno (me, per esempio) sì. E con questo presupposto <em>Hugo Cabret</em> non può che essere una meraviglia. Se il presupposto non è questo, allora inutile proseguire nella lettura di ciò che segue. Parliamoci chiaro, cos’è “meraviglioso”? Il meraviglioso postula la possibilità di una trasgressione all’ordinario, motivo per cui si prova stupore. Ecco, stupore. Come poteva sentirsi un individuo a cavallo tra fine ‘800 e inizio ‘900 seduto in una sala buia dove qualcuno proiettava “immagini in movimento”?</p>
<p dir="ltr">Stupore, meraviglia, magia. Ma la meraviglia non è ad esclusivo appannaggio dei primi spettatori cinematografici inesperti. La meraviglia è connatura al cinema, con buona pace dei fratelli Lumière che sostenevano si trattasse di una moda passeggera. Invece sono passati 117 anni dalla loro invenzione e dopo 117 anni lo spettatore che entra in sala sarà pure più esperto e preparato, ma ne esce ancora meravigliato. Il personaggio che vive nel film di Scorsese, Georges Méliès, è uno dei pionieri del cinema perché aveva percepito proprio l’incredibile potenziale immaginifico di questo <em>medium</em>. E Scorsese non fa altro che aggiungere la sua passione a quella di chi, agli albori del cinema, ha inventato generi come il fantasy e l’horror, ha dato vita al cinema narrativo come lo conosciamo adesso (i primi film erano per lo più “documentari”, riprese di normali eventi quotidiani), ha “inventato” l’espediente tecnico fondante del cinema (il montaggio) e realizzato i primissimi effetti speciali, che ormai abbondano anche nella più insospettabile delle pellicole.</p>
<p dir="ltr">Ora, quando un grande regista, ad un certo punto della carriera, si ferma e si volta a guardare indietro riflettendo su ciò che il cinematografo ha detto e dato, e può ancora dirci e darci, vuol dire che quel grande regista ha trovato la chiave di volta, ha capito il senso di tutto, ha maturato delle consapevolezze. Se pensiamo ai successi di Scorsese negli anni Zero del nuovo millennio (<em>Gans of New York</em>, <em>The aviator</em>, <em>The departed</em> e <em>Shutter island</em> – tutti con l’attore feticcio Di Caprio, parentesi nella parentesi), <em>Hugo Cabret </em>diventa una sorta di autoriflessione sul proprio fare cinema da parte di chi ha raggiunto la piena maturazione. È il primo film di Scorsese, infatti, in cui protagonista è un bambino. Un bambino appassionato di meccanismi meccanici (e cos’è il cinema se non un <em>mezzo meccanico</em>?), che grazie alla propria passione, alla voglia di trovare il proprio posto nel mondo (perché un orologio ha un numero esatto di ingranaggi e ognuno assolve ad un determinato compito e allora anche gli uomini in questo mondo, tutti, devono avere uno scopo) ri-anima i cuori di chi lo circonda, li ri-mette in moto, portando Georges Méliès a non rammaricarsi più per i bei tempi andati in cui godeva nel fare cinema e, al contrario, a goderne ora ancora e ancora, condividendo e diffondendo i propri lavori.</p>
<p dir="ltr">Possiamo vedere in questo bambino un nuovo Scorsese, che torna piccolo? Che si tuffa occhi chiusi e naso tappato dentro il meccanismo-cinema? Che ricomincia. Lì dove tutto ebbe inizio, quando il cinema era qualcosa di meraviglioso, per chi lo faceva e per chi lo vedeva.</p>
<p dir="ltr"><strong>&#8230;in un tweet:</strong> Scorsese crea un’opera magica che ci trasmette tutta la magia del cinema.</p>
<p></span></div>
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		<title>ACAB &#8211; All Cops are bastard</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 15:19:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Katiuscia Incarbone</dc:creator>
				<category><![CDATA[A qualcuno piace caldo]]></category>
		<category><![CDATA[acab-all-cops-are-bastard]]></category>

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		<description><![CDATA[Tratto dall’omonimo libro di Carlo Bonini. E'la storia di Cobra, Negro e Mazinga, celerini di vecchia data, addetti all’educazione sentimentale della giovane recluta Adriano.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>La storia &#8211; Tratto dall’omonimo libro di Carlo Bonini. E&#8217;la storia di Cobra, Negro e Mazinga, celerini di vecchia data, addetti all’educazione sentimentale della giovane recluta Adriano.</h4>
<p><em>ACAB</em> è l’esordio cinematografico del figlio d’arte Stefano Sollima, già noto per la serie tv di <em>Romanzo Criminale</em>, ma è anche l’acronimo di <em>All cops are bastard</em> motto nato dai 4-Skins (gruppo rock inglese anni Settanta) e diventato un urlo di odio tra gli ultras.  Il film è un’opera che ha il pregio di raccontare, attraverso il pedinamento delle quattro storie particolari dei protagonisti, le frange oscure della violenza, viscerale e virale. Violenza che si nutre di contraddizioni perenni, individuali e sociali, porto franco di quella stessa legge che da un lato, segretamente, la legittima e dall’altro la condanna. Il compito della squadra mobile della Polizia è quello di mantenere l’ordine e attaccare solo se attaccati, difficile quando in gioco c’è la sopravvivenza stretta dalle cordate della Legge, da un lato, e dell’istinto, dall’altra.  Con una regia asciutta e realistica <em>ACAB</em> ha il pregio di raccontare da vicino il reparto mobile della Polizia. Rivitalizza un genere, il poliziesco, ormai desueto in Italia,  caricandolo di uno sguardo attento anche ai momenti più intimi, contraddittori e privati dell’uomo. La cronaca e il documentario dialogano con un cinema di genere e l’effetto è un pugno nello stomaco, il racconto nudo e puro delle diverse accezioni della miseria umana e dell’irrazionale su cui ogni potere trova a fondarsi.</p>
<p><strong>&#8230;in un tweet:</strong> <em>ACAB</em> è un film che aspettavamo da tempo, dove l’estetica si misura con l’etica regalandoci momenti di rabbia, di commozione e di ilarità, e ponendoci di fronte a quesiti universali.</p>
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		<title>L&#8217;arte di vincere</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 09:26:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Gipponi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[A qualcuno piace caldo - Extended Edition]]></category>
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		<description><![CDATA[Billy Beane è il general manager degli Oakland’s Athletics, squadra di baseball che dispone di un budget piuttosto basso. Peter Brand è un giovane laureato in economia...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>La storia &#8211; Billy Beane è il general manager degli Oakland’s Athletics, squadra di baseball che dispone di un budget piuttosto basso. Peter Brand è un giovane laureato in economia che illustra a Beane un nuovo sistema d’analisi statistica che consente alla squadra di ottimizzare i punteggi con il minimo sforzo economico per acquistare giocatori.</h4>
<p>«Come si fa a non essere romantici con il baseball?», si chiede l’ex giocatore Billy Beane, ora general manager di una squadra minore. Davanti a una domanda tanto retorica sembrerebbe già di vederlo, questo <em>Moneyball</em>: tutto epica sportiva, brocchi che sanno fare squadra alla sporca ultima dozzina e momenti di gloria in ralenti. Invece no. <em>L’arte di vincere</em>, questo il titolo italiano, è 5% di baseball giocato e 95% di baseball parlato. Principalmente si parla appunto di numeri, di soldi e stipendi, di valori e percentuali di rendimento dei giocatori, secondo il rivoluzionario modello matematico messo a punto da Michael Lewis, sorta di beautiful mind delle statistiche sportive e autore del libro su cui si basa la sceneggiatura. È meglio fare un esempio: c’è una scena in cui Brad Pitt e Jonah Hill (prima d’ora specializzato nel ruolo dell’adolescente arrapato in alcune celebri commedie teen) gestiscono una sorta di contrattazione triangolare, una compravendita di giocatori con alcuni manager di altre squadre, il tutto al telefono. Detto così, può sembrare un passaggio altamente anticinematografico, e invece è una delle scene più godibili del film (in sala ridevamo in molti). A scoprire le carte, ovviamente, si trovano alla sceneggiatura due fuoriclasse come Steven Zaillian (<em>Schindler’s List</em> e <em>Gangs of New York</em>, per dire) e Aaron Sorkin (<em>The Social Network</em>, ultimamente). Per parte sua il regista (qui all’opera seconda dopo <em>Truman Capote – A sangue freddo</em>) adotta un punto di vista coraggioso e sta nel backstage, tra uffici e spogliatoi, dove le partite si vedono in tv e si analizzano su un monitor.</p>
<p>La scelta di campo è tanto decisa che non abbiamo nemmeno modo di vedere in azione l’allenatore, anche se è Philip Seymour Hoffman. Proprio alla fine, però, e proprio come il suo protagonista, Bennett Miller perde un po’ di determinazione e cede, mettendo fuori il naso sul diamante e rischiando di portare sfortuna alla pellicola, come Beane alla squadra. A parte questa debolezza, comunque, non essere romantici con il baseball paga.</p>
<p><strong>…in un tweet:</strong> film sul baseball parlato senza momenti di gloria. Una storia vera per chi di baseball non capisce assolutamente nulla.</p>
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		<title>Mission: Impossible &#8211; Protocollo fantasma</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 09:16:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Gipponi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[A qualcuno piace caldo - Extended Edition]]></category>
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		<description><![CDATA[L’agente segreto Ethan Hunt e la sua squadra vengono scambiati per dei terroristi che fanno saltare in aria nientemeno che il Cremlino.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>La storia &#8211; L’agente segreto Ethan Hunt e la sua squadra vengono scambiati per dei terroristi che fanno saltare in aria nientemeno che il Cremlino. Subito rinnegati dal governo degli Stati Uniti che vuole evitare una guerra nucleare, per salvarsi devono trovare i veri responsabili, stavolta da soli e senza copertura.</h4>
<p>I titoli di testa di questo quarto capitolo della serie dedicata all’agente Ethan Hunt, una specie di bignami a 24x delle principali scene del film, sono una promessa mantenuta: seguiranno più di 120 minuti di azione mozzafiato senza ellissi né flashback, un movimento tanto incessante che perfino la base operativa della squadra è il vagone di un treno in corsa. Nei fugaci momenti di decompressione una manciata di battute e gag indovinate provvedono a tenere alto il ritmo, che non viene rallentato nemmeno dalla sottotrama più intima e mélo riguardante il dolore di Hunt per la perdita della moglie in una missione passata.</p>
<p>Abituato a maneggiare corpi di carta e pixel il regista Brad Bird, premio Oscar per <em>Gli incredibili </em>e <em>Ratatouille </em>qui per la prima volta alle prese con la <em>live action</em>, sembra quasi non curarsi della differenza: dopo essere stati scaricati da tutti, gli agenti non possono più contare sulla tecnologia all’avanguardia fornita loro dal governo e devono perciò cavarsela in più di un’occasione con mezzi se non proprio di fortuna di certo non all’avanguardia, difettosi e imperfetti; è allora che lo strumento più affidabile di tutti si rivela essere ancora una volta il corpo allenato di un Tom Cruise prossimo ai 50 anni (!), sorta di <em>Mr. Incredibile </em>indistruttibile e in perfetta forma, “naturale” anche a 800 metri da terra sul grattacielo più alto del mondo.</p>
<p>Consiglio disinteressato: chi può lo veda in una sala IMAX, chè le scene più spettacolari sono state girate in questo formato ad alta risoluzione e fanno venire proprio i brividi.</p>
<p><strong>…in un tweet:</strong> Brad Bird mette insieme una squadra di <em>Incredibili</em> in carne ed ossa e incolla alla poltrona per più di due ore.</p>
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		<title>L&#8217;ora nera</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 14:17:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Dario Cortimiglia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[lora-nera]]></category>

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		<description><![CDATA[Un gruppo di ragazzi americani e uno svedese lottano per la sopravvivenza a Mosca, una delle tante città che ha subìto l’attacco da parte di misteriose creature aliene che si nutrono di forze elettromagnetiche.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>La storia &#8211; Un gruppo di ragazzi americani e uno svedese lottano per la sopravvivenza a Mosca, una delle tante città che ha subìto l’attacco da parte di misteriose creature aliene che si nutrono di forze elettromagnetiche.</h4>
<div>Buio pesto. Altro che ora nera, sono 89 minuti di pellicola sprecata. Il caro Chris Gorak, che si dimostra affezionato al genere apocalittico dopo Right at your door (distribuito in Italia solo nel  circuito home video), stupisce prima di tutto per il suo passato, come art director o scenografo, a fianco di gente come Steven Spielberg, David Fincher, Terry Gilliam e i fratelli Coen… possibile che non abbia imparato nulla?</div>
<div>Non è che si tratti di una grande produzione hollywoodiana – è un chiaro B-movie del terzo millennio – ma lavorare sulla sceneggiatura è chiedere troppo? Va bene che il B-movie prevede anche esagerazioni, una trama insulsa e personaggi ai limiti del sopportabile, ma qui si sfiora il</div>
<div id="_mcePaste">ridicolo. A cominciare dal 3D. Che c’azzecca il 3D? Oh, va di moda, facciamolo così! E va bene, mettiamoci gli occhialini. E poi? Niente, poi lasciamo vagare un gruppo di ragazzi in giro per Mosca mettendoci dentro qualche riferimento “colto” che so, i vecchi film di fantascienza durante il periodo della Guerra Fredda o <em>28 giorni dopo</em> che lo hanno visto più o meno tutti. Ah ok, allora Vin Diesel in<em> Pitch Black</em> era da Oscar, lui e il film.</div>
<div id="_mcePaste"></div>
<div>E immagino anche Chris e Jon (Jon Spaihts è lo sceneggiatore) che si sfregano le mani dopo la stesura definitiva della sceneggiatura quando il tipo che caccia i soldi, Timur Bekmambetov (quello de <em>I guardiani del giorno</em> e <em>I guardiani della notte</em>), li fissa negli occhi e gli fa i complimenti. Ecco, quello è il momento in cui gli alieni avrebbero dovuto invadere la Terra.</div>
<div><strong>&#8230;in un tweet: </strong>Bobo Vieri a <em>Ballando con le stelle</em> è una valida alternativa a questo film.</div>
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		<title>Shame</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 12:17:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Glenda Manzi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[shame]]></category>

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		<description><![CDATA[Brandon Sullivan è un affascinante trentenne di successo, vive a New York e le sue giornate sono scandite da una dipendenza sessuale che lo porta a masturbarsi ossessivamente..]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>La storia &#8211; Brandon Sullivan è un affascinante trentenne di successo, vive  a New York e le sue giornate sono scandite da una dipendenza sessuale che lo porta a masturbarsi ossessivamente e a frequentare escort e porno chat.  L’arrivo improvviso di sua sorella Sissy, fragile ed emotiva, manda in frantumi il suo precario equilibrio, costringendolo a fare i conti con la sua dipendenza.</p>
<p><span style="font-weight: normal;">Come <em>Hunger</em>, il primo lungometraggio del video artista inglese Steve McQueen ingiustamente non distribuito in Italia, anche <em>Shame</em> è un <em>prison movie</em>. Solo che qui la prigione nasce dentro la testa di Brandon (interpretato  da Michael Fassbender in stato di grazia) ed è fatta di sesso, corpi nudi, masturbazioni ossessive, impulsi incontrollabili e coiti ricercati con ferocia. Una gabbia formatasi chissà dove e chissà quando,  le cui sbarre umide si intrecciano indissolubilmente  con il corpo e l’anima fracassata di sua sorella Sissy, cantante squattrinata con tendenze suicide interpretata dalla strepitosa Carey Mulligan, (che, tra le altre cose, si esibisce in un’eccezionale e languida versione di <em>New York, New York</em>). Il pericoloso sconfinare del legame fraterno nei luoghi dell’incesto non viene mai esplicitato ma sempre sussurrato e spunta minaccioso come la punta di un iceberg attraverso sguardi, gesti, inquadrature dei due spesso ripresi di spalle e intensi  frammenti di dialoghi come “Non siamo cattivi, veniamo solo da un brutto posto”.</span></h4>
<p>Sullo sfondo di una New York dolente, disperata e bellissima, McQueen mette in scena un dolore che ha il sapore e l’odore del sesso, un sesso realistico che si fa narrazione, sempre denso di significato  e capace di raccontare l’intrecciarsi di Eros e Thanatos, che esplodono sul volto di Fassbender deformato dall’orgasmo al confine tra la vita e la morte, il dolore e il piacere.</p>
<p><strong>&#8230;in un tweet:</strong> Il  sesso più vergognosamente  significativo della vostra vita (cinematografica).</p>
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		<title>L&#8217;industriale</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 09:10:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Grizzaffi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[lindustriale]]></category>

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		<description><![CDATA[Nicola è il titolare di una fabbrica che fatica a sopravvivere per via della crisi. Le banche gli voltano le spalle, ma lui rifiuta orgogliosamente di farsi aiutare dalla suocera, ricca proprietaria terriera.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4><strong>La storia &#8211; Nicola è il titolare di una fabbrica che fatica a sopravvivere per via della crisi. Le banche gli voltano le spalle, ma lui rifiuta orgogliosamente di farsi aiutare dalla suocera, ricca proprietaria terriera. Intanto, anche il rapporto con la moglie Laura si incrina, e la donna si avvicina a un giovane garagista rumeno, Gabriel.</strong></h4>
<p>Montaldo ritorna alle tematiche sociali e civili a lui care, per raccontare la crisi. Ma gli manca il coraggio di osare, di scostarsi da modelli e da cliché che sembrano duri a morire nel cinema nostrano: l’idea familista dell’industria, con l’anziano operaio che conosce il giovane padrone da quando era bambino; il buon rumeno povero-ma-felice; la suocera ricca e talmente spocchiosa da sembrare quasi una caricatura; la sceneggiatura che a tratti risulta “telefonata”, che non rinuncia a verbalizzare i sentimenti, con risultati talvolta stridenti nella loro ovvietà (il “lui mi sapeva ascoltare” della Crescentini). Anche la crisi, ridotta a sfondo rispetto all’intreccio sentimentale, è poco più di qualche immagine di scioperanti. Il film non osa quanto potrebbe, rinuncia a un punto di vista forte e sacrifica la bravura degli interpreti, la bella rappresentazione di una Torino livida e  gonfia di pioggia, e certi spunti narrativi più che validi alla comprensibilità ed esemplarità della vicenda, che si risolve frettolosamente. Peccato.</p>
<p><strong>&#8230;in un tweet: </strong>Montaldo tocca alcuni nervi scoperti dell’attuale condizione economica e sociale del Paese, ma non riesce ad andare fino in fondo</p>
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		<title>La Talpa</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 11:29:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Katiuscia Incarbone</dc:creator>
				<category><![CDATA[A qualcuno piace caldo]]></category>
		<category><![CDATA[la-talpa]]></category>

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		<description><![CDATA[George Smiley - ex agente della MI6 (agenzia di spionaggio inglese nata nel 1909) - in pensione, é richiamato a prendere servizio, dal sottosegretario governativo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>La storia &#8211; George Smiley &#8211; ex agente della MI6 (agenzia di spionaggio inglese nata nel 1909) &#8211; in pensione, é richiamato a prendere servizio, dal sottosegretario governativo, per individuare una talpa filosovietica tra i suoi ex colleghi (lo Stagnaio, il Sarto, il Povero e il Soldato).</p>
<p><span><span style="font-weight: normal;">In concorso al Festival di Venezia 2011, il film è uno </span><span style="font-weight: normal;"><em>spy-story</em><span style="font-weight: normal;"> </span></span><span style="font-weight: normal;">tratto da uno tra i più importanti romanzi di John Le Carré,</span><em> <span style="font-weight: normal;">La Talpa</span></em><span style="font-weight: normal;">.</span></span></p>
<p><span style="font-weight: normal;">Se si supera l’iniziale percezione di noia e di lentezza che pervade l’opera (seconda del regista svedese Tomas Alfredson), dove solo per arrivare ai titoli di testa passano una decina di minuti, questo film ci dà la possibilità di proiettarci nelle cupe e fumose atmosfere di una Londra anni Settanta. Il panorama è quello della Guerra Fredda. E alle rarefazioni dell’intuito nella ricerca d’indizi, sempre sfuggenti, si aggiunge una fotografia formalmente impeccabile che pare ritrarre i personaggi muoversi come dentro una partita a scacchi. In questo gioco, anche lo spettatore è una pedina di poco vicina alla verità in continua fuga. E paradossalmente gli spazi chiusi si misurano con quelli aperti in una partita che tende verso lo scacco matto. Se nei primi è la luce (a tratti cupa ad altri così forte da risultare rarefatta) ad opporci una visione totale, negli spazi aperti sono i giochi di sguardi e di movimenti a dirigere questa continua sensazione di fuggevolezza. Seppure privo di azione è un film carico di tensioni emotive.</span></p>
<p>&#8230;in un tweet:<span style="font-weight: normal;"> Un film da assaporare seduti su di un divano chesterfield tra un sorso di wiskey e un tiro di sigaro.</span></h4>
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		<title>J. Edgar</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 09:34:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Katiuscia Incarbone</dc:creator>
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		<category><![CDATA[j-edgar]]></category>

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		<description><![CDATA[Biopic sulla controversa figura di J. Edgar Hoover, fondatore dell’FBI.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>La storia &#8211; Biopic sulla controversa figura di J. Edgar Hoover, fondatore dell’FBI.</h4>
<p>La delusione nel vedere J. Edgar non risiede soltanto nel riscontrare che il ruolo del protagonista è stato affidato ad un Leonardo DiCaprio (ahimé) invecchiato e imbolsito, ma ha sede soprattutto nel doversi abituare (durante i 150 min di film) alla distruzione di un sex symbol, nella sua ormai diffusa <em>canonizzazione </em>estetica, parallelemente all’evolversi degli intrighi politici. E se da un lato, proprio per questo crescendo, l’attore dà prova di grande bravura nel riuscire a raccontare un personaggio duro quanto impaurito, astuto manipolatore eppure ricattabile per la sua presunta omosessualità. Dall’altro, Eastwood regista e Black sceneggiatore mancano di una chiara prospettiva narrativa. Il polpettone melodrammatico offusca l’apparato narrativo (e qualsiasi tentativo di indagine politico-sociologica) proprio nel momento in cui tenta di spiegare gli intrighi politici attraverso la psicoanalisi. Il film attraversa ben 48 anni di storia e 8 presidenze USA eppure ciò che rimane è il seguente quesito: Edgar Hoover è stata una figura così controversa a causa di un rapporto ossessivo con la madre e di un’omosessualità repressa? E sembra pure riduttivo fondare un’indagine sul personaggio a partire da come questi ha represso e inglobato nell’ingranaggio del potere le relazioni sentimentali più importanti della propria vita.</p>
<p><strong>&#8230;in un tweet</strong>: in <em>J. Edgar</em> Clint Eastwood non riesce a dar voce a ciò che è invisibile agli occhi.</p>
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		<title>Capodanno a New York</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 09:11:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Fabbroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[A qualcuno piace caldo]]></category>
		<category><![CDATA[capodanno-a-new-york]]></category>

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		<description><![CDATA[Times Square è il teatro di una molteplicità di storie che si sviluppano - talvolta incrociandosi e talvolta rimanendo su binari paralleli - a ridosso delle tradizionali celebrazioni per il nuovo anno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>La storia &#8211; Times Square è il teatro di una molteplicità di storie che si sviluppano &#8211; talvolta incrociandosi e talvolta rimanendo su binari paralleli &#8211; a ridosso delle tradizionali celebrazioni per il nuovo anno.</h4>
<p>Celebrità in declino, ex mariti di Demi Moore, rockstar imbalsamate e una palla gigante che s&#8217;inceppa rischiando di mandare a monte il gigantesco evento che ogni 31 dicembre viene allestito a Times Square sono solo alcuni degli ingredienti che danno vita a <em>Capodanno a New York</em>, ultima fatica di Garry Marshall, uno che di commedie romantiche se ne intende (provate a pensare a quante volte negli ultimi dieci anni vi è capitato di schiacciare un tasto sul telecomando e di finire sintonizzati su una sequenza di <em>Pretty Woman</em> e ne avrete una vaga idea). Apparentemente il film vorrebbe sviluppare il tema della seconda possibilità con un&#8217;infilata di storie popolate da una manciata di star hollywoodiane (memorabile il personaggio del malato terminale interpretato da Robert De Niro, tra l&#8217;altro una metafora perfetta del momento attuale della sua carriera), ma la realtà è molto più diabolica di quel che sembra: rinunciando in partenza a ogni velleità narrativa, infatti, Marshall riesce nella difficile impresa di compiacere costantemente lo spettatore costruendo al contempo una gigantesca vetrina per l&#8217;esposizione degli sponsor di turno &#8211; tra i quali si distingue un famosissimo marchio di prodotti cosmetici, talmente presente all&#8217;interno del film da diventarne ben presto uno dei personaggi principali.</p>
<p>Molto più che un semplice cinepattone, <em>Capodanno a New York</em> è un esempio di comunicazione pubblicitaria talmente ben riuscito da diventare perfino piacevole. Nel suo genere, un capolavoro.</p>
<p><strong>&#8230;in un tweet:</strong> se volete, potete iniziare a festeggiare il nuovo anno con <em>Capodanno a New York</em>. E, mi raccomando, non dimenticate di fare la lista dei buoni propositi.</p>
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