[ L’industriale ]

La storia – Nicola è il titolare di una fabbrica che fatica a sopravvivere per via della crisi. Le banche gli voltano le spalle, ma lui rifiuta orgogliosamente di farsi aiutare dalla suocera, ricca proprietaria terriera. Intanto, anche il rapporto con la moglie Laura si incrina, e la donna si avvicina a un giovane garagista rumeno, Gabriel.

Montaldo ritorna alle tematiche sociali e civili a lui care, per raccontare la crisi. Ma gli manca il coraggio di osare, di scostarsi da modelli e da cliché che sembrano duri a morire nel cinema nostrano: l’idea familista dell’industria, con l’anziano operaio che conosce il giovane padrone da quando era bambino; il buon rumeno povero-ma-felice; la suocera ricca e talmente spocchiosa da sembrare quasi una caricatura; la sceneggiatura che a tratti risulta “telefonata”, che non rinuncia a verbalizzare i sentimenti, con risultati talvolta stridenti nella loro ovvietà (il “lui mi sapeva ascoltare” della Crescentini). Anche la crisi, ridotta a sfondo rispetto all’intreccio sentimentale, è poco più di qualche immagine di scioperanti. Il film non osa quanto potrebbe, rinuncia a un punto di vista forte e sacrifica la bravura degli interpreti, la bella rappresentazione di una Torino livida e  gonfia di pioggia, e certi spunti narrativi più che validi alla comprensibilità ed esemplarità della vicenda, che si risolve frettolosamente. Peccato.

…in un tweet: Montaldo tocca alcuni nervi scoperti dell’attuale condizione economica e sociale del Paese, ma non riesce ad andare fino in fondo

Chiara Grizzaffi

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