[ L’arte di vincere ]
La storia – Billy Beane è il general manager degli Oakland’s Athletics, squadra di baseball che dispone di un budget piuttosto basso. Peter Brand è un giovane laureato in economia che illustra a Beane un nuovo sistema d’analisi statistica che consente alla squadra di ottimizzare i punteggi con il minimo sforzo economico per acquistare giocatori.
«Come si fa a non essere romantici con il baseball?», si chiede l’ex giocatore Billy Beane, ora general manager di una squadra minore. Davanti a una domanda tanto retorica sembrerebbe già di vederlo, questo Moneyball: tutto epica sportiva, brocchi che sanno fare squadra alla sporca ultima dozzina e momenti di gloria in ralenti. Invece no. L’arte di vincere, questo il titolo italiano, è 5% di baseball giocato e 95% di baseball parlato. Principalmente si parla appunto di numeri, di soldi e stipendi, di valori e percentuali di rendimento dei giocatori, secondo il rivoluzionario modello matematico messo a punto da Michael Lewis, sorta di beautiful mind delle statistiche sportive e autore del libro su cui si basa la sceneggiatura. È meglio fare un esempio: c’è una scena in cui Brad Pitt e Jonah Hill (prima d’ora specializzato nel ruolo dell’adolescente arrapato in alcune celebri commedie teen) gestiscono una sorta di contrattazione triangolare, una compravendita di giocatori con alcuni manager di altre squadre, il tutto al telefono. Detto così, può sembrare un passaggio altamente anticinematografico, e invece è una delle scene più godibili del film (in sala ridevamo in molti). A scoprire le carte, ovviamente, si trovano alla sceneggiatura due fuoriclasse come Steven Zaillian (Schindler’s List e Gangs of New York, per dire) e Aaron Sorkin (The Social Network, ultimamente). Per parte sua il regista (qui all’opera seconda dopo Truman Capote – A sangue freddo) adotta un punto di vista coraggioso e sta nel backstage, tra uffici e spogliatoi, dove le partite si vedono in tv e si analizzano su un monitor.
La scelta di campo è tanto decisa che non abbiamo nemmeno modo di vedere in azione l’allenatore, anche se è Philip Seymour Hoffman. Proprio alla fine, però, e proprio come il suo protagonista, Bennett Miller perde un po’ di determinazione e cede, mettendo fuori il naso sul diamante e rischiando di portare sfortuna alla pellicola, come Beane alla squadra. A parte questa debolezza, comunque, non essere romantici con il baseball paga.
…in un tweet: film sul baseball parlato senza momenti di gloria. Una storia vera per chi di baseball non capisce assolutamente nulla.
Elena Gipponi
