[ J. Edgar ]
La storia – Biopic sulla controversa figura di J. Edgar Hoover, fondatore dell’FBI.
La delusione nel vedere J. Edgar non risiede soltanto nel riscontrare che il ruolo del protagonista è stato affidato ad un Leonardo DiCaprio (ahimé) invecchiato e imbolsito, ma ha sede soprattutto nel doversi abituare (durante i 150 min di film) alla distruzione di un sex symbol, nella sua ormai diffusa canonizzazione estetica, parallelemente all’evolversi degli intrighi politici. E se da un lato, proprio per questo crescendo, l’attore dà prova di grande bravura nel riuscire a raccontare un personaggio duro quanto impaurito, astuto manipolatore eppure ricattabile per la sua presunta omosessualità. Dall’altro, Eastwood regista e Black sceneggiatore mancano di una chiara prospettiva narrativa. Il polpettone melodrammatico offusca l’apparato narrativo (e qualsiasi tentativo di indagine politico-sociologica) proprio nel momento in cui tenta di spiegare gli intrighi politici attraverso la psicoanalisi. Il film attraversa ben 48 anni di storia e 8 presidenze USA eppure ciò che rimane è il seguente quesito: Edgar Hoover è stata una figura così controversa a causa di un rapporto ossessivo con la madre e di un’omosessualità repressa? E sembra pure riduttivo fondare un’indagine sul personaggio a partire da come questi ha represso e inglobato nell’ingranaggio del potere le relazioni sentimentali più importanti della propria vita.
…in un tweet: in J. Edgar Clint Eastwood non riesce a dar voce a ciò che è invisibile agli occhi.
Katiuscia Incarbone

la selezione delle firme del vecchio Duel vedo che sta scivolando sempre piu’ in basso. Questa ragazza o signora non ha idea di cosa significa scrivere di cinema. Polpettone melodrammatico! Se vi tagliano i finanziamenti ai giornali avete chiuso…
Buona ripresa dopo l’incerto Hereafter, J.Edgar è un robusto film biografico che attraversa disinvoltamente decenni di storia americana e con altrettanta leggerezza ricorre ad un intreccio costituito di continui salti temporali, passando da un Hoover (Leonardo di Caprio nella sua migliore interpretazione di sempre) vecchio ed imbolsito ad uno giovane e rampante. Eastwood percorre agilmente anche una rassegna ideale dei tipici generi americani: gangster, spionaggio, noir, dramma sentimentale (declinato nel rapporto omosessuale che lega Hoover e Tolson) senza dimenticare, a livello estetico, il western con i suoi piani americani e primi piani. Una lunga storia che forse ha la pecca di sceneggiatura di soffermarsi più sul privato che sul pubblico, rendendo più ostica la fruizione per lo spettatore non americano che non conosce nel dettaglio la carriera di Hoover. Si tralascia un po’ troppo l’uomo di stato in favore dell’uomo privato e dei suoi conflitti personali, nonché si cerca di dare una rappresentazione del carattere, della psicologia del personaggio, ostinato, forte per certi versi e fragile per altri, sospettoso di tutto e tutti, perfino dei suoi uomini più fidati.
Detto questo, nulla da ridire su comparto tecnico ed artistico, solo la colonna sonora poteva essere più incisiva. Eastwood fa sempre lo stesso cinema, come Woody Allen, ma continua a farlo in maniera formalmente impeccabile.
A me il film è piaciuto e non l’ho trovato per niente un polpettone melodrammatico.Credo anche che questo sia un film sull’uomo e non sugli eventi storici (per cui se si pretende un documentario è meglio cercare altrove, non poteva essere tutto).
Ho trovato particolarmente interessante in questo film due cose.
Il protagonista è un personaggio antipatico e rimane tale fino all’ultimo, in maniera del tutto naturale, se non ti piaceva prima non ti piaceva manco dopo e viceversa, quindi non v’è pretesa di addolcire la sua figura o far cambiare idea allo spettatore.
Il fatto che in assenza di empatia riesca a tenere incollati (o quantomeno attenti) e renda soddisfatti della visione è un dato piuttosto indicativo per definire il film riuscito!
La scelta di raccontare il lato emozionale/privato di un personaggio che è un personaggio “forte” per altri motivi (storici/politici), poteva essere una scelta rischiosa, com’è sempre rischioso decidere di parlare della sfera sentimentale e umana di figure di questo tipo (qualunque essa sia), il precipizio dell’ovvio e del banale, del melenso e del sordido a tutti i costi, è sempre dietro l’angolo, ma Eastwood come al solito è molto bravo e racconta con disinvoltura una storia difficile, senza esagerazioni e sbavature.
Poteva farlo solo lui.
in J. Edgar Clint Eastwood riesce a dar voce a ciò che è invisibile agli occhi, senza cadere nel gossip o nel documentario.
A proposito del commento di Franco, mi permetto di precisare che qui siamo sul sito di “Duellanti” e non sul “Duellanti” cartaceo (con tutto ciò che questo comporta a livello di taglio e approfondimento dei contributi). Ma soprattutto ricordo al nostro simpatico lettore che “Duellanti” (come già “Duel”) NON HA MAI USUFRUITO DI FINANZIAMENTI e che la ragazza autrice del pezzo magari avrà sbagliato giudizio, ma al pari di tutti gli altri redattori del sito collabora a titolo assolutamente gratuito. Potrei anche augurarmi che aboliscano i finanziamenti all’editoria: “Duellanti” esisterebbe comunque…
Parto dal presupposto che io sono andata a vedere il film perchè appassionata fino al midollo di tutto ciò che concerne e ruota attorno all’FBI, con la speranza di vedere più approfondita la figura di J. Edgar Hoover e ritrovare un Clint di parte, un po’ incazzato come lo è stato grandemente in passato, visto il personaggio di per sè emblematico. Detto questo, non mi trovo tanto distante dal commento a caldo di Katiuscia, almeno non ritengo la sua analisi (perchè di questo si sta parlando) errata. Ha espresso un suo parere e nessuna arte più del cinema prevede una molteplicità di punti di vista. Almeno, non vedo il motivo di denigrare o deridere le idee altrui.
Ho trovato J. Edgar leggermente sottotono (un po’ meno rispetto a Hereafter, va detti), come buona parte del cast (lo stesso DiCaprio risulta impacciato nel ruolo, a tratti grottesco). La storia altro non è che un semplicissimo e lineare biopic sul capo (per quasi 50 anni, giusto per snoccolare dati)dell’FBI, pulito e con informazioni standard (fin qui niente di male), che per chi non ha mai avuto occasione di sapere chi fosse J. Edgar Hoover, è stato utile per accendere la scintilla della curiosità, e magari tornare a casa, accendere il pc e farsi una ricerchina in più sul personaggio. Speravo di trovarci qualcosa in più, soprattutto da un Eastwood che ha portato avanti idee molto forti, in passato, sulla politica americana (ricordiamo Flags of our fathers). Qui il gioco era molto semplice…non è riuscito a dovere. Ho trovato più incisiva l’analisi di Hoover fatta da De Lillo nel suo “Underworld”.
Poi, se dobbiamo dire che è un bel film solo perchè firmato da Clint Eastwood, è un altro discorso…
Secondo me, J. Edgar è un film difficile. Il DNA biopic rischia di essere una chiave di lettura fuorviante, che cela l’intento del film: un’aspra, lucida critica al sistema americano attuale.
Credo che Eastwood intrecci l’America kennediana con quella nixoniana proprio per evidenziarne e raccontarne il processo di costruzione. Per altro anche con un punto di vista bello secco sulla politica Kennedy che tanto si dice essere stata differente da quella del suo successore (alla faccia dei Coen!).
Si prenda il calco del viso di Dillinger inquadrato all’inizio come una maschera; non è forse la stessa che Hoover e tutto quello che lo circonda indossano e che alla fine crolla con il discorso del suo vice? Non ci sono, forse paragoni con il terrorismo di oggi?
Non è forse la distruzione del mito americano? La vera essenza USA è invisibile tanto quanto lo era il nemico pubblico Dillinger ( Michael Mann) e Hoover, ora, nelle proprie manovre.
E mi pare lo sia nella stessa misura della costruzione del mito e qui, ecco la dimensione pubblico-privato che potrebbe essere tradotta in vero-falso, interno esterno (semplificando). L’interiorità non è ammessa. Gli specchi inquadrati sono, allora, importanti.
Più si controlla il sistema, più lo si nasconde, lo si falsifica, lo si raggira. Nel mentre però, non sono ammesse critiche, dissensi, differenze (addirittura di pelle). Come diceva Swayze in “Mezzanotte nel giardino del bene e del male”: Vecchio mio, la verità, come l’arte, è nell’occhio di chi guarda.”
Niente male per il paese della libertà!
Ci credo che agli americani questo film non piaccia; direi che funziona.
Film così duri sul potere mi sembra siano rari di questi tempi.
E per tornare alla dimensione Italia…averne di registi come Eastwood.
Non so, forse ho azzardato troppo. Penso che J. Edgar dica molto in questo senso.
Interessante la tua analisi, David! L’unico dubbio che ho, e in questo mi ci metto dentro pienamente, è sul fatto che agli americani il film non sia piaciuto perchè incredibilmente attuale. Non penso che il problema sia sull’effettiva attualità del film – che condivido pienamente – quanto lo sia invece la delusione (come nel mio caso) dal non aver osato troppo su un personaggio che, lo sapevamo tutti, ha avuto tra le mani 50 anni di intrighi, registrazioni e di giochi di potere. Per dirla banale, l’Hoover di Eastwood è una versione edulcorata dell’originale. E’ un “cattivo” a metà, un semplice “scassacazzo” come lo etichetta Nixon, appresa la sua morte. Ho avuto l’impressione che Eastwood camminasse sulle uova, non volesse dire troppo, come se ci fosse un sottile e invisibile freno inibitorio che non lo portasse a ritrarre così com’era il personaggio originale. A questo punto, la valenza di biopic tende a decadere. E’ un film, dunque, mascherato da quello che in realtà non è, per recuperare la tua metafora sul calco di Dillinger?
Tu dici, David, che in realtà la figura di Hoover fosse dunque solo un pretesto per raccontare ciò che silenziosamente si manifesta nel film nel passaggio dai Kennedy a Nixon?
Secondo il mio parere di cinefila militante il film é un’opera grandiosa di Clint Eastwood che non delude mai i suoi appassionati!
Imbolsito e invecchiato ? Leonardo Di Caprio é all’apice della sua maturità attoriale.
Tra l’altro cara Katiuscia hai copiato la recensione da questo sito:
http://www.cinefilos.it/v2/
Soltanto perché la tendenza snob è quella di criticare i bei film e dire che Eastwood è morto artisticamente, non bastano queste scarse riflessioni a liquidare un film importante.
Vergogna e ricorda: SNOB SIGNIFICA SINE NOBILITATE, QUINDI SENZA NOBILTA’. TE LO SCRIVO PERCHE’ FORSE NON HAI FATTO IL LICEO CLASSICO.
Cara Alessandra, l’etimologia di snob come sincrasi di “sine nobilitate” è poco più che una leggenda metropolitana e risale al diciannovesimo secolo. La prima volta che tale termine appare su di un dizionario risale al 1781, ed è indicata come slang inglese per “calzolaio”.
Chiusa parentesi, concordo sulla performance di Leonardo di Caprio: l’ho trovata molto credibile, sebbene fortemente danneggiata dal doppiaggio italiano e da un pessimo make up, grazie al quale Hoover da vecchio aveva le sembianze della signora Fratelli del film I Goonies.
Riguardo al film, tante cose sono fuori posto. In primo luogo, la sceneggiatura: pensare di fare un film biografico su di un uomo la cui vita è coperta da segreto federale è una vera sfida, una difficoltà che si nota persino attraverso l’occhio cinematografico esperto di Eastwood.
In secondo luogo, l’articolazione degli eventi con flashback e flashforward è una bella idea, ma realizzata in maniera poco efficace. Ho trovato alcuni passaggi quasi didascalici (l’ascensore che si chiude nel 1970 e si riapre negli anni Trenta, l’ellissi temporale alle corse dei cavalli, eccetera).
Infine: l’enfasi sull’omosessualità di Hoover (peraltro presunta) e il suo morboso rapporto con la madre, che è culminato in alcune scene di cui non si sentiva il bisogno. Ne posso citare almeno tre: 1) la famigerata sequenza di crossdressing in cui un messaggio forte si traduce in una roba che nemmeno Ed Wood in Glenn or Glenda, 2) la sequenza della cena con una bambina evidentemente-figlia-o-parente-di-qualche-produttore che viene piazzata a tavola con Di Caprio e non dice una parola e 3) la scena del padre malato di Alzheimer sulla veranda, il quale è stato risucchiato da un qualche buco nero supermassiccio in fase di post produzione.
Meno male che hai inserito il link Alessandra, così chiunque ne abbia voglia potrà verificare come la recensione di Katiuscia sia totalmente diversa da quella citata. Per il resto, direi che si addice poco a un sito che si chiama Duellanti il comportamento di chi, invece di sfidare il critico argomentando il proprio dissenso, decide di passare di qui, lanciare anatemi e sparire.
D.: Dunque, se agli americani questo film non è piaciuto non è perché è attuale. Quello che intendevo dire era che agli americani questo film non piace perché l’oggetto della critica è l’America stessa . Kennediana, nixoniana e quindi anche di oggi in quanto prodotto sequenziale delle due. Non solo. J. Edgar non piace perché fondamentalmente, dice che la storia americana( o la storia in generale) come la sanno tutti è falsa, è una maschera, un mito costruito.
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Infatti J.Edgar è la voce narrante, mentre costruisce la sua figura riscrive la storia americana, intruglio di porcherie (pardon) atte a salvare solo ed esclusivamente ciò che realmente muove tutto: il potere.
Altro che paese puritano, libero e democratico! Anche le relazioni sessuali segrete, penso, vadano in questa direzione.
Un altro elemento fortemente criticato è la figura della madre, che mi sembra negli USA essere vitale. La madre, che vorrebbe bene al proprio figlio, gli nega di essere quello che è. E qui introduco il tema dell’amore. Come si dice nel film, l’amore è la più grande mancanza di questo mondo. Ora, non so cosa pensi Eastwood, ma suppongo che l’ispettore Callaghan, l’Uomo senza Nome, Josey Wales e altri spietati li voglia tenere nel cassetto. Penso che voglia mantenere la pietas dei suoi ultimi film, specie in un mondo veramente cinico, gelido, insensibile. Di conseguenza Hoover è un cattivo a metà anche per questo, alla fine ama. Poi deve anche differenziarsi dalla perdita totale di umanità data da Nixon. Forse per questo Eastwood cammina sulle uova.
Non ha osato tanto fin qui? Anche solo per aver illustrato anni di storia statunitense.
Quindi, si, Hoover è un pretesto. E’ come se assistessimo ad uno smascheramento ( attenzione perché anche altri film USA giocheranno su questo).
Per quanto riguarda ciò che regge poco nel film, mi trovo d’accordo con Mosna sull’essere didascalico e sui tre punti che ha elencato.
Spero di essere stato chiaro e di aver dato tutte le risposte
@Alessandra: infatti concordo con Chiara. Non capisco dove Katiuscia possa aver copiato la recensione dell’autrice che hai citato. E’ un modo per fare accessi al vostro sito?
@David: Chiarissimo, avercene persone che come te argomentano in modo piacevole e interessante i loro punti di vista. Grazie!
Grazie a voi, per lo spazio e l’impegno
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Ps. Vorrei precisare qualche punto.
Natuaralmente ho sempificato, tutto va approfondito.
Ho dato questa lettura al film perché la critica all’America compare spesso nei film di Eastwood. Oppure se non è critica è contrasto con la “corrente” nazionale.
Per quanto riguarda il gradimento. Ho pensato in grande e sull’inconscio, in realtà alla base ci sono delle opinioni più terra terra: lento e noioso.
Cari amici lettori e redattori, perdonate l’assenza, ma ho letto solo adesso la sfilza di commenti …Le accuse mosse un po’ mi divertono e un po’ mi lasciano l’amaro in bocca per l’utilizzo non costruttivo di certi spazi (a volte sfruttati più per muovere accuse gratuite che per scambiarsi delle opinioni…).
Per prima cosa non credo si possa distinguere tra un giudizio sbagliato o un giudizio corretto quando si guarda un film: un giudizio è per natura frutto della soggettività. Semmai esistono giudizi più o meno approfonditi, più o meno strutturati e argomentati. Non trovo per nulla argomentata l’accusa di Franco e di Alessandra.
Io, entro le mille battute previste dalla linea editoriale dei “commenti a caldo”, ho espresso questo, sicuramente soggetto ad ulteriori critiche e riflessioni.
Ciò non toglie che, riguardando il film, io possa riuscire a vedere e a capire certe cose che adesso mi sfuggono.
Tornando al film, proprio per la stima che nutro per Eastwood, non mi ha convinto. Non ho capito quale fosse l’intento narrativo: nel racconto di J. Edgar Hoover mi è mancato sia l’uomo che il potente (non solo fondatore dell’FBI ma anche colui che ha influenzato, con i suoi ricatti e manovre, molte scelte di politica interna ed estera). Capisco la difficoltà nell’attraversare ben 50 anni di storia USA, ma il cinema (e il racconto in generale) prima di tutto è arte della scelta, della selezione, di una porzione di realtà. E personalmente non credo, caro e acuto David Morello, che il film non sia piaciuto agli americani perché rivelatore di certi lati oscuri della storia americana. Forse, e questo è soltanto il mio punto di vista, è deludente vedere come certi intrighi sono blandamente abbozzati… ho avvertito, così come ha ben espresso Lorenzo Mosna, più un approccio didascalico alla storia (nell’enumerare anche solo velocemente certi momenti clou della storia americana senza il beneficio del dubbio).
Per questo il film (sempre a mio avviso) non regge il confronto con certo cinema politico italiano anni Sessanta (visto che prima è stato fatto un confronto). Primo tra tutti “Salvatore Giuliano” di Francesco Rosi (uscito nel 05/01/1962). Anche questo film si trova a condividere con “J. Edgar” di Eastwood la difficoltà di raccontare certi aspetti della storia su cui vige il segreto di Stato. Rosi, con la collaborazione di Suso Cecchi D’Amico, Enzo Provenzale e Franco Solinas, realizzò questo film prima che la Commissione Antimafia venisse costituita (prima del dicembre1962 il termine mafia veniva considerato come un fenomeno folcloristico oppure come il frutto di certa propaganda politica) e prima ancora che Clinton desecretasse gli atti della CIA nel 2000. In questo caso il film riesce ad operare sulla realtà, facendosi inchiesta giornalistica oltre che racconto. Ora, è ovvio che i due film sono distanti anni luce anche dal punto di vista delle influenze di genere…ma ciò che a me non ha convinto in “J. Edgar” è la mancanza di incisività narrativa.
Una cosa invece mi ha molto incuriosito: la scelta di Leonardo Di Caprio come attore. L’utilizzo del suo corpo, rinomato sex symbol, per interpretare il ruolo di un personaggio che, al contrario, pare abbia attuato su di sé un’operazione di privazione di ogni traccia di sensualità in vista di certe logiche di potere. Come se nel volto del vero J. E. Hoover si potesse intravedere una chirurgica operazione di privazioni, tesa ad eliminare in via preventiva ogni traccia di sensualità dal proprio corpo e dal proprio sguardo, per allontanare da sé ogni tentativo di ricerca di umanità e per promuovere piuttosto l’immagine di integerrimo agente federale.
E in questo l’attore è davvero eccezionale, ma ciò che pare sfuggire, ancora una volta, al regista è una certa focalizzazione narrativa, in un gioco poco chiaro tra racconto della dimensione pubblica e privata del personaggio. E in tutto questo ho trovato un po’ fastidioso utilizzare la presunta omosessualità di Hoover come elemento narrativo per motivare le caratteristiche di certe relazioni affettive con il suo assistente (Clyde Tolson) e la sua segretaria (Helen Gandy). Relazioni affettive offuscate dalla sete di potere o da una certa dedizione al lavoro?
Cara Katiuscia, sono perfettamente d’accordo con la tua recensione. Da spettatrice “ignorante”, abituata quindi a valutare molto più di pancia che con strumenti critici, posso dire che questo film mi ha lasciato ben poco. Considerando la bravura degli attori (Di Carpio in particolare) e le indiscusse capacità di Eastwood che si è sempre distinto per l’efficacia dei suoi film (sebbene personalmente io lo preferisca più come attore che come regista), concordo con te nel ritrovare nella narrazione il vero neo del film. Probabilmente ci sono troppi argomenti (il rapporto con la madre, quello con la segretaria, le sue inclinazioni sessuali, la sua ossessione per il lavoro) che, sebbene siano dipendenti l’uno dall’altro, hanno tutti lo stesso lo peso all’interno della storia, non ce n’è uno che prevale e di conseguenza il film perde la sua forza, perché lo spettatore non sa su cosa focalizzare l’attenzione. In ogni caso capisco perfettamente che le opinioni possano essere contrastanti, e, come dicevi tu, non essendoci un giudizio giusto o sbagliato, il bello sta proprio nel confronto.
Eastwood non è morto e di Caprio continuerà ad essere un bravo attore. Detto questo il film è una palla! Con una narrativa decisamente insoluta e le molte perplessità che lascia, trovo assurdo criticare l’autrice della recensione, non perchè scriva a titolo gratuito ma perchè ha scritto cose per nulla discostanti dalla percezione di molti spettatori.
Da quando l’opinione del pubblico americano e’ devientata il punto di riferimento per determinare la qualita’ di un film?!
Vorrei ricordare che nei cinema americani hanno dovuto scrivere esplicitamente che The Artist era un film muto ed in bianco e nero a causa delle richieste di rimborsi dei biglietti da parte degli spettatori che abbandonavano la sala imbestialiti.