La Spagna nel pallone
Pubblicato sotto "Galizia dentro" il 18 luglio 2010Domenica notte, Ourense ha festeggiato la vittoria della Roja nei mondiali di calcio come ogni altra città della Spagna. Una fiumana festosa e urlante per le vie del centro storico con picchi di folla nei pressi della fontana Concepción Arenal. Colpi di clacson e barriti di vuvuzela per le vie aperte al traffico, intasate di automobili. Bar e discoteche aperti fino alle cinque del mattino.
Domenica notte c’erano solo due alternative possibili: unirsi ai festeggiamenti per la vittoria della nazionale di calcio oppure andare a letto, lasciando però fuori dalla camera ogni speranza di prendere sonno. Così, con indosso una maglietta rossa comprata a Milano anni fa, peregrinando da un bar all’altro, tra un cubata a un licor café, ho approfittato dell’occasione per raccogliere qualche impressione. Non avendo mai amato il calcio, quindi essendo incapace di comprendere qualsiasi considerazione tecnica, ho preferito concentrarmi sull’ascolto di commenti estemporanei. A parte l’euforia dimostrata dalla maggior parte della gente per questa vittoria –è la prima volta che una nazionale di calcio spagnola sale sul podio di un mondiale- non mi è stato difficile raccogliere inquietudini su volti isolati e alcune considerazioni critiche. Ad esempio, in un bar vicino alla Plaza del Hierro, un anziano signore mi ha fatto notare che “non si vedevano così tante bandiere spagnole dai tempi di Franco”. Eh sì, siamo in Spagna. Ma siamo soprattutto in Galizia, non bisogna dimenticarlo. “Certe grida,” ha aggiunto, “come Que viva Espana!, mi fanno una certa impressione”. Durante tutte le altre partite del mondiale, questi incitamenti erano sporadici ma nella notte della finale si sono fatti largamente sentire. In un altro bar, un ragazzo domandava a voce alta quanti in Catalunya si sarebbero risvegliati, la mattina, sapendo di aver inneggiato per tutta la notte una squadra che non rappresenta la loro nazione. Un altro, al suo fianco, faceva dell’ironia dicendo: “Saranno arrabbiati con Villa che gioca nel Barcellona e ha portato la nazionale spagnola in finale…”. Ho di proposito messo in corsivo la parola nazione. Proprio in questi giorni è infatti in corso il dibattito sull’inserimento nello Statuto Catalano della definizione di Catalunya come nación.È un tema delicato, quello dell’indipendenza delle autonomie in Spagna. Ha ragioni territoriali, storiche e culturali ben precise. Prometto di approfondire il tema in un altro post perché merita un capitolo a parte. Al momento mi limito soltanto a riportare alcune considerazioni raccolte in questi tempi contraddittori…
Martedì mattina, comprando il pane, una signora esprimeva, senza rendersene conto, il grande paradosso vissuto dalle autonomie: “Io non ho comprato la bandiera spagnola, mi basta quella galiziana. Però, quando guardavo la partita l’altra sera avevo il cuore a mille, quasi mi veniva un infarto… Che partita interminabile! E poi vedere tutti davanti allo schermo della Plaza Mayor in attesa del gol che non arrivava mai! Che partita! E poi è arrivato il gol, sì, e tutta la gente gridava, saltava e festeggiava! Anche ieri, a Madrid, è stato impressionante vedere per televisione tutta quella gente per la strada… Eh sì, in fondo, siamo tutti spagnoli.” Per intenderci è un po’ questa la confusione che si vive nelle autonomie in questi giorni ed è ciò che il calcio può scatenare quando c’è in ballo una coppa del mondo. In Italia conosciamo bene quanto la politica sia riuscita a sfruttare, nel corso dell’ultimo ventennio, la comunicazione calcistica -il principale partito italiano, ad esempio, è stato creato dal nulla intorno ai colori e agli incitamenti della nazionale.
Staremo a vedere, nei fatti e a festeggiamenti conclusi, se uno sport potrà davvero unire sotto un’unica bandiera, una nazione dalle sfaccettature così diverse come la Spagna. Il dibattito è tutt’ora più vivo che mai e basta aprire un qualsiasi quotidiano galiziano per rendersi conto delle opinioni variegate di opinionisti e lettori. Ad ogni modo è curioso che la Spagna, in questo delicato momento storico, abbia vinto proprio in Sudafrica, dove, come racconta il recente Invictus, in altri tempi, un altro sport, il rugby, aveva aiutato a superare le differenze e i conflitti presenti nel Paese.
Ma anche se non è da sottovalutare la grande portata spontanea di questi festeggiamenti, non è da escludere che, una volta terminata l’euforia, domenica notte resti relegata a un bel ricordo. Per i galiziani, ad esempio, ci sarà sempre un buon motivo per festeggiare, per pasarlo bien. Ma anche per protestare. Allora lì, sicuramente torneranno alla ribalta le bandiere dell’autonomia, da sempre protagoniste. E il dibattito si arricchirà di nuovi contributi, sicuramente più attuali e profondi. Chi invece si considera estraneo a questi dibattiti e sente ancora bruciare dentro la delusione della propria nazionale ai mondiali, magari potrà sfogarsi con una partita di calcio balilla tra amici. Per inciso, come cantano gli Os diplomáticos de Monte Alto, è un’invenzione galiziana. Fu Alexandre Campos Ramírez, conosciuto come Alexandre de Fisterra a costruire, insieme a un basco, il primo calcetto. Nel 1937, in piena guerra civile. Quello sì fu un gesto creativo per provare a raffreddare gli animi in conflitto. Ed è resistito al tempo. Politicamente, invece, sappiamo com’è andata…
Simone Saibene



Simone,
in effetti mi ero chiesta come fossero andati i festeggiamenti in Galizia. E … quanto scrivi mi conferma che tutto il mondo e’ paese. Anche in Italia il calcio fa miracoli in fatto di “sentire”. Solo il calcio, quando impone un confronto con altre nazioni, fa sentire uniti gli Italiani. Pure nel disastro italiano di questi mondiali il commento e’ stato uno solo, da Gallarate a Canicatti’: “vergogna!” E poi, tutto come prima.