[ Green Zone ]
La storia – Iraq, 2003. Il soldato americano Roy Miller è nel deserto per verificare l’esistenza di armi di distruzione di massa, ma ben presto la missione si rivela un pretesto.
Innanzitutto, l’idea stessa della Zona Verde, un’enclave (apparentemente) inespugnabile nell’inferno iracheno, una gated community per pochi eletti, uno shopping center pre-apocalittico. Un tema che ricorre con sorprendente frequenza nel cinema contemporaneo: ne sono esempi recenti La zona (Rodrigo Plá, 2007), 28 settimane dopo (Juan Carlos Fresnadillo, 2007) e soprattutto La terra dei morti viventi (George A. Romero, 2005), con l’isola felice (?) di Fiddler’s Green che evoca, anche a livello di titolazione, l’illusione della sicurezza blindata in un mondo di pura entropia. Sfortunatamente, nel film di Greengrass quei dieci chilometri quadrati circodati da filo spinato e muri di cemento armato che ospitano la base della CPA (Coalition Provisional Authority) restano sullo sfondo: nella scena migliore il soldato Roy Miller, ap-pena rientrato da una missione incompiuta, si muove disorientato su quello che ricorda il set di MTV Beach House: piscina, bikini, bi-liardo e cocktail colorati nel bel mezzo di una Baghdad sventrata dai missili intelligenti, mentre tutti attorno fanno rumore. Tre minuti surreali circondati da due ore e mezza di inseguimenti, sparatorie ed esplosioni di cui avremmo fatto volentieri a meno. Quello che manca, in altre parole, è un resoconto della vita all’interno di quel parco a tema ballardiano nella capitale irachena. Un resoconto che, tra parentesi, è già stato scritto: mi riferisco allo splendido saggio del 2006 (chiaramente inedito in Italia) Imperial Life in the Emerald City: Inside Iraq’s Green Zone di Rajiv Chandrasekaran, che ripercorre in tredici allucinanti quadretti la farsesca impresa bushana e dei suoi scagnozzi. Greengrass ed Helgeland hanno sfruttato poco e male quel materiale prezioso, riducendo la penetrante analisi del giornalista di The Washington Post a un prevedibile action movie che mixa 24 alla serie di Jason Bourne. Concitato, ipercinetico, ma mai davvero sorprendente, Green Zone ripropone con un montaggio video-ludico – Call of Duty: Modern Warfare 2 ha fatto scuola – vicende risapute: le armi di distruzione di massa sono state inventate dal governo americano e dagli sceneggiatori hollywoodiani in nome della realpolitik e dello showbiz. Quel che resta è la distrazione di massa prodotta dai pubblicitari e dalle agenzie di stampa. I giornalisti non verificano le fonti e la verità affonda. Meno male che c’è l’übermensch Damon, Jack Bauer della situazione… Se ancora non fosse chiaro, a livello nutrizionale Green Zone ha un peso politico specifico di poco superiore a quello di The Hurt Locker (la cui totale assenza di riferimenti – non dico critiche – alla politica estera statunitense spiega il trionfo agli Oscar). Non bastano i collegamenti ipertestuali ad Abu Ghraib (cappucci, torture e soundtrack rock) o l’omaggio alla propaganda di Scott Sforza (con l’inevitabile banner «mission accomplished», uno dei migliori esempi di design propagandisti-co degli ultimi dieci anni) a dare consistenza ontologica all’ambaradan. Plongée vertiginose, mappe termiche, riprese mozzafiato: Green Zone presenta tutte le marche dello stile Greengrass. Ma la storia in quanto tale è priva di mordente: sarebbe stato molto più in-teressante descrivere la distruzione del Café della Zona Verde (2004) o del Bazaar (2007) a opera di terroristi, i continui assedi da parte delle forze insurrezionali in quel nuovo (vecchio) Far West che è il Medio Oriente.
Matteo Bittanti
