[ Il tempo che ci rimane ]
La storia – La vita quotidiana di una famiglia palestinese, dal 1948 a oggi, raccontata con toni grotteschi e surreali in quattro episodi, ricavati da diari e lettere dei genitori del regista e attore Elia Suleiman.
Un impasto perfetto e geniale di dettagli e visioni d’insieme, dove le storie con la s minuscola incontrano la Storia, quella delle date maiuscole come il 1948, anno di proclamazione dello Stato d’Israele e punto di partenza del film. Humor intelligente e gag surreali, come il salto con l’asta per superare il muro di Gerusalemme o il vicino di casa che ogni giorno a colazione si cosparge di kerosene. La costante ed esilarante presa in giro dell’esercito israeliano, fatto di soldati ottusi che scambiano bulgur per polvere da sparo. Ironia e levità per raccontare stanchezza e abitudine all’orrore, simboleggiate dal palestinese che telefonando passeggia su e giù, incurante del cannone del carro armato che lo segue in ogni movimento. Il suo innegabile talento attoriale: Buster Keaton moderno, intenso e delicato, fatto di silenzi, sguardi attoniti e meravigliati e spalle curve, piegate dal peso invisibile dell’assurdità del conflitto senza fine. Ecco le armi (efficaci e potenti, le uniche che vale la pena di usare) che Suleiman utilizza per colpire al cuore lo spettatore e conquistarlo.
Questo è un commento “a caldo”.
Glenda Manzi
