Dedicato a quelli che dei film non ricordano le trame
Pubblicato sotto "Crossroad" il 21 giugno 2010
Da anni, a Milano, si teneva una manifestazione denominata Cannes e dintorni. Era sostenuta soprattutto dall’Assessorato alla Cultura della Provincia e consentiva agli appassionati di cinema milanesi di vedere in anteprima una buona selezione delle pellicole da poco presentate sulla Croisette all’interno del più importante festival di cinema europeo. Quest’anno il nuovo assessore – forse per portare acqua alla posizione di chi ritiene che le Province siano enti non solo inutili ma dannosi – ha preteso (con mesi di anticipo sullo svolgimento di Cannes) di leggere e approvare le trame dei film prima di decidere se sostenere e finanziare la manifestazione. Avete letto bene, non siete in preda a un attacco di traveggole. A raccontarla così, in astratto, senza citare nomi né luoghi, una storiella simile fa pensare non tanto al Fascismo – giacché questo notoriamente finanziava anche riviste di cinema su cui scrivevano i comunisti – quanto alla Romania di Ceauşescu, o a una Repubblica delle banane dominata da qualche emulo di Ubu re. Invece no. La storia – gli storici del futuro, se ancora ci saranno storici, stenteranno a crederci – sì è svolta nella “civilissima” e “democratica” Milano nei primi mesi del 2010. E ha avuto per protagonisti alcuni esponenti di un partito che fin dal nome si richiama alla Libertà.
Sic. Gulp. Kz.
Ormai siamo al collasso della semantica. Al totale scollamento tra significanti e significati. Ormai si possono compiere i gesti più liberticidi inneggiando alla libertà, senza che nessuno trovi nulla da ridire. Senza che nessuno si indigni, chieda conto, pretenda il rispetto almeno delle parole. Del linguaggio. Del senso. Cannes e dintorni, alla fine, si è svolta lo stesso, grazie al generoso sostegno, anche economico, del più importante quotidiano milanese. Ma non è questo che conta.
Si poteva anche scegliere di non farla, la manifestazione. Di tagliarla. Ormai se non tagli qualcosa o qualcuno non sei nessuno. Per una rivista come la nostra, la cosa che più indigna in tutta questa storia non è tanto l’arroganza del Potere che pretende di decidere se e cosa far vedere ai sudditi, quanto l’idea che i film possano essere ridotti alle loro trame. Che si possano giudicare sulla base delle sinossi. Una simile “pochezza” culturale – di destra o di sinistra, non importa – la dice lunga sul declino irreversibile imboccato dal nostro Paese, sul genocidio delle competenze, sulle macerie che questi anni lasceranno in eredità alle generazioni future. Verrebbe il desiderio di scrivere sinossi virtuali del tutto compatibili con le più miopi logiche assessorili e poi realizzarvi su piccoli film low budget che – pur rispettando le trame – facciano venire l’orticaria a tutti gli uomini di potere. C’è qualcuno che ha voglia di provarci? In fondo, il bello del cinema è questo: non basta mai raccontarlo per capire dove e come può colpire duro.
Gianni Canova