Dedicato a chi crede solo a quello che vede
Pubblicato sotto "Crossroad" il 24 maggio 2010«Questo è Gesù… oddio m’è scappato.
Vabbè, chiamiamolo Gesù fra virgolette».
(Bruno Vespa sulla Sindone, Porta a Porta, 8 aprile 2010)
È autentica. No, è falsa. Ogni volta che la Chiesa all’interno delle proprie secolari strategie di marketing decide di esporre la Sindone, e di organizzare il pellegrinaggio di milioni di fedeli verso il luogo in cui è possibile vedere direttamente la più controversa delle reliquie cattoliche, immancabile si riaccende il dibattito come dire “ontologico” sulla sostanza del lenzuolo di lino che avrebbe avvolto il corpo di Cristo, conservando l’impronta del suo sangue. Anche quest’anno, in occasione dell’ostensione della Sindone a Torino, le polemiche sono puntualmente scattate in questa direzione, riproponendo un approccio sostanzialista che a me pare decisamente vecchio e fuorviante. Forse, infatti, il problema non è tanto chiedersi se la Sindone sia un documento vero o falso (anche se il fatto che Rai e Mediaset martellino all’unisono da mesi sulla sua autenticità, senza il minimo contraddittorio scientifico, è un dato che la dice lunga sull’omologazione dell’informazione e sul controllo alla fonte dei contenuti comunicativi). Forse, sarebbe più interessante e necessario chiedersi perché da secoli intorno al sudario in questione si sia costruito un culto feticista basato sull’idea che la Sindone sia vera, così come al contrario ci si dovrebbe interrogare sul perché l’ostensione rituale scateni ogni volta un furore iconoclasta teso a negarle ogni possibile credibilità.
Per chi si occupa non occasionalmente di cinema,la Sindone è la metafora usata da André Bazin per spiegare la sostanza stessa del cinema: nel Novecento quest’ultimo sarebbe stato la Sindone del mondo, cioè la pelle/pellicola in grado di avvolgere il corpo del reale e di conservarne traccia. La Sindone è insomma il feticcio primario (la reliquia?) dell’idea dell’immagine-impronta: nel suo mito si esprime il concetto che l’immagine e più in generale il segno debbano serbare un rapporto di contiguità fisica con il proprio referente per essere verosimili.
Riletta oggi, nell’era del digitale e della falsificazione di massa, la metafora di Bazin regge solo fino a un certo punto: anche quando conserva l’impronta della realtà, il cinema non è una Sindone, bensì casomai un simulacro. O un artefatto che presentifica il mondo anche quando questi è assente. Ma se ciò è vero, allora sorge un sospetto: che dietro la perdurante fiducia nella Sindone vi sia il bisogno/desiderio di credere che le immagini, anche quando si sa che mentono, dicano sempre la verità.
Gianni Canova