[ The last song ]
La storia – Da quando i suoi genitori si sono separati, Ronnie ha un rapporto conflittuale con il padre, accusandolo di aver abbandonato lei e suo fratello scappando al Sud degli Stati Uniti. Ma un’estate insieme e la passione comune per la musica permetteranno loro di riavvicinarsi poco a poco fino ad una tragica scoperta.
Se esiste, la forza dei romanzi di Nicholas Sparks – e dei successivi adattamenti per il grande schermo – risiede nel loro essere delle vere e proprie tear-machines, dei dispensatori gratuiti di lacrime. Anche in The Last Song, la (debolissima) scrittura viene portata avanti per inerzia da un climax ascendente di situazioni tragiche o paradossali: un ritratto iperbolico di due adolescenti agli antipodi, Ronnie e Will (lei, una scontrosa, imbronciata e insopportabile emo-teen, lui un charming-prince perfetto sotto ogni aspetto), un rapporto estramemente conflittuale tra padre e figlia e, dulcis in fundo, una malattia (ovviamente) incurabile.
Gli ovvi clichés – che si risolvono in continue dicotomie oramai standardizzate: povero/ricco, felice/infelice, perfetto/imperfetto, abbandono/riconquista – rendono The Last Song un monotono pastiche di luoghi comuni, avvalorato da un finale diabetico ed esplicito già dal titolo del film, la cui unica utilità è quella di permetterti di sprofondare in una poltrona del cinema e goderti un paio d’ore di spegnimento cerebrale. E magari sorridere cinicamente di qualche eterna romantica che cede alla trappola sparkiana, abbandonandosi ad una valle di lacrime già a partire da metà film.
Questo è un commento “a caldo”.
Fabrizia Malgieri
