Dedicato a chi vuole vedere lontano

Pubblicato sotto "Crossroad" il 19 aprile 2010

«Lei è prevenuto contro di me. Se io fossi delle sue stesse idee politiche, lei troverebbe immediatamente le ragioni della mia innocenza». Chi si rivolge con queste parole al magistrato che sta indagando su di lui è l’ingegner Lorenzo Santenocito, Presidente della Santenocito Spa, oltre che membro di svariati consigli d’amministrazione di Srl e Spa, titolare di società immobiliari e finanziarie, di volta in volta amministratore unico o consigliere delegato. Quando un giudice istruttore decide di aprire un’inchiesta per le sue spericolate relazioni sessuali con una ragazzina forse mercenaria, Santenocito reagisce così, proclamandosi vittima di una persecuzione politica della magistratura nei suoi confronti. Non è un personaggio della cronaca dei nostri giorni, ma il protagonista di un film di quasi quarant’anni fa, In nome del popolo italiano (1971), diretto da Dino Risi su una sceneggiatura di Age e Scarpelli. L’idea che il potere non sia giudicabile, che i magistrati siano “toghe rosse”, che la giustizia costituisca un impaccio insopportabile all’irrefrenabile tendenza di tanta parte degli italiani a non tollerare neppure l’idea che vi siano regole da rispettare ha radici lontane e non nasce con Berlusconi: già nel 1971 – quando ancora quest’ultimo non era sceso in campo nemmeno come imprenditore televisivo – il cinema anticipava con incredibile lucidità e lungimiranza ciò che sarebbe divenuto di stringente attualità nell’agenda politica di quattro decenni dopo. Ma gli italiani non ricordano. E nessuno – a cominciare dai grandi media, sempre più autoreferenziali o grottescamente proni a intonare le lodi del potere come neppure nella Romania di Ceauşescu – li aiuta a farlo. Qualcuno rammenta ad esempio come si concludeva In nome del popolo italiano? Finiva che il giudice (uno straordinario Ugo Tognazzi) metteva le mani sul diario della giovane e lì scopriva l’elemento che scagionava Santenocito da ogni accusa. Ma proprio mentre terminava la lettura, per le strade di Roma si riversava una marea di tifosi in delirio per la vittoria della nazionale di calcio sull’Inghilterra: in un’orgia dionisiaca di tette culi vino rutti e ululati, un popolo di poeti soldati mignotte e ultrà celebrava la grande festa della propria identità. Da qualunque parte volgesse lo sguardo, il giudice vedeva il volto di Santenocito a capo della folla urlante. E decideva di bruciare il diario, distruggendo in tal modo la prova della sua innocenza. Quasi a dire che chi andava messo sotto processo – attraverso l’ingegnere tronfio e narciso – era l’intero popolo italiano, che in un figuro come Santenocito (speculatore, inquinatore, corruttore, concussore…) trovava il suo idolo e il suo eroe. Trovava e trova, ovviamente: perché a guardar lontano – come solo il cinema sa fare – si scoprono cose sorprendenti su quello che davvero siamo.

Gianni Canova

Un Commento a “Dedicato a chi vuole vedere lontano”

  1. roberto alquati scrive:

    Andrebbe rimappato tutto il lustro visionario 1969-1974. Musica, Cinema, Fantascienza, Fotografia e Fumetti in quegli anni, vedevano, prevedevano e stravedevano.

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