[ Afterschool ]
La storia – Un giovane studente, coinvolto nella realizzazione di un video scolastico, si trova a riprendere la morte in diretta di due gemelle, evento che sembra catalizzare il disagio di un’età e di una società…
Accostato forse un po’ precipitosamente al Gus Van Sant che racconta noia ed esiti tragici delle giornate disorientate degli adolescenti americani, anche se il giovane regista dichiara maggiore motivo d’ispirazione nel cinema radicale di Bruno Dumont, Afterschool fa dell’anomia e dell’apatia della gioventù d’oltreoceano il soggetto di una visione distaccata, si direbbe da entomologo, insieme spietata e allarmante. Eppure sin dall’inizio, ancorché un’indagine psicologica e/o sociologica il film appare una riflessione sul modo stesso di guardare oggi, sullo sguardo (catodico e catatonico) delle anime perse della generazione YouTube, attraverso un racconto freddo nel quale l’apparente oggettività del punto di vista non tarda a denunciare una prospettiva morale se non addirittura moralistica, in un gioco di mise en abyme (non casuale il riferimento al teatro nel teatro di Amleto) che nell’inquadratura conclusiva può ricordare, senza tuttavia possederne la complessità teorica, l’Haneke di Niente da nascondere.
In un mondo in cui tutto sembra virtualizzato (insieme negato e concesso) da un voyeurismo avido, triste e finale, dove ogni cosa (dal sesso alla violenza, in ogni possibile declinazione e confusione) è a portata di click, il contatto con il reale, con l’altro, è come anestetizzato o (specchio della medaglia) ipersensibilizzato. Ecco dunque che le frustrazioni adolescenziali non possono che sfociare in uno sfogo sordo e brutale, incapace di distinguere l’orgasmo dall’agonia, il moto del desiderio dal cupio dissolvi, nell’impossibilità profonda di sentire tanto il piacere quanto il dolore del prossimo, soffocato in un ultimo disperato abbraccio. Non pare un caso che, facendo eco alla migliore tradizione horror, siano proprio due gemelle a incarnare eros e thanatos di questo universo chiuso fra corridori spettrali e schermi lividi, in una scuola che ha smarrito ogni possibile pedagogia affettiva, in cui il moltiplicarsi dei duplicati (tutto viene filmato) ha forse prodotto la perdita stessa di un originale. In questo Afterschool non racconta solo del doposcuola letterale, ma di una posterità simbolica rispetto a ogni possibile scuola, di un mondo dove le agenzie educative tradizionali hanno smarrito il senso, cosicché nel mare magnum della comunicazione solipsistica i giovani paiono naufragare, fragili e senza appigli. Il tutto, sia detto, (di)mostrato con un pessimismo forse un po’ programmatico e con un tono, mimetico dell’oggetto, un po’ annoiato, e dunque un tantino noioso.
Matteo Columbo
