[ Valentino: The Last Emperor ]
La storia – Tra il giugno 2005 e il luglio 2007 il reporter di Vanity Fair Matt Tyrnauer e la sua troupe seguono la vita, la moda, lo stile e l’addio alle sfilate di Valentino Garavani.
Il film di Tyrnauer è unico. Il recente Brüno è rimasto – in tutti i sensi – ai margini del mondo che avrebbe voluto sbeffeggiare, come Pig-Pen alle feste dei Peanuts: non lo hanno fatto entrare nemmeno mimetizzato. Valentino: The Last Emperor, al contrario, riesce ad accedere davvero a un mondo solitamente inavvicinabile, per mostrarne tutte le luci (la bellezza, l’arte, lo stile, Michael Caine che fa battute strepitose a una tua festa) e ombre (gli sgambetti tra potenti, lo stress, il perfezionismo più estremo, i sei carlini ingioiellati). Senza giudicare, come già aveva fatto Fellini con La dolce vita, ma mettendo semplicemente a fuoco l’universo – sul viale del tramonto – dell’alta moda. Finale d’opera, finale di partita. L’addio di Valentino all’haute couture culmina con una festa romana in cui il Colosseo si è acceso di rosso (6 luglio 2007). Negli oltre due anni di riprese tra passerelle e case private di Valentino, Tyrnauer è riuscito a mimetizzarsi tra tutti gli altri creatori di immagini che da sempre gravitano intorno allo stilista. Mostra così la realtà delle maschere che frequentano sfilate, vernissage, feste. Una ex modella, strizzata in un vestito rosso Valentino, il seno eccessivo che deborda, rifà il «Marcellooo, Marcellooo» della Ekberg, strillando «Valentinooo, Valentinooo» su una Vespa come Audrey Hepburn in Vacanze romane. Tutta la verità dell’effimero. Valentino viene inquadrato sia per come vorrebbe mostrarsi – attraverso le interviste in italiano, inglese e francese – sia per come è: geniale, bizzoso, incazzoso, l’ultimo divo o, come lo definisce il partner di sempre Giancarlo Giammetti, «l’ultimo imperatore». Non solo. Valentino: The Last Emperor è un documentario contemporaneo, eppure trasuda cinema d’altri tempi, sospeso tra classico e moderno. I rimandi sono spiazzanti: la visione folgorante per Valentino di Ziegfeld Follies in un cinema di provincia, Jackie Kennedy a braccetto dello stilista nel materiale di repertorio. Certi colori sgargianti inondano lo schermo, il divismo è fuori tempo, ricorrono luccicanti, quasi ipnotici, specchi, luci, oa-si finte di sabbia. L’opera di Tyrnauer, al pari del cinema moderno migliore, riesce a svelare e sviscerare le incrinature e le crepe dello specchio scintillante che mostra. Le meravigliose note create da Nino Rota per La dolce vita risuonano vagamente ossessive, in un mondo che probabilmente si è illuso di vivere un’eterna Via Veneto, forse mai esistita.
Luca Barnabé
