[ Un alibi perfetto ]
La storia – Un giornalista d’inchiesta, per dimostrare con uno scoop la corruzione di un procuratore solito a falsificare prove, si fa ingiustamente accusare d’omicidio. Nulla (o forse tutto) è ciò che sembra.
«Lang ricerca sempre la verità oltre le apparenze e qui la ricerca va oltre le inverosimiglianze» scrisse Jacques Rivette riguardo a L’alibi era perfetto, ultimo titolo di Fritz Lang in terra statunitense, stilizzazione implacabile di una poetica, di un pensiero crudo sul mondo: come un I bassifondi di San Francisco depurato da sociologismi mina le certezze dello spettatore e riflette sul concetto di re-sponsabilità, come un L’infernale Quinlan sobrio e sottile dà forma cinematografica – limpida, inesorabile, secca sino all’astrazione – all’ambiguità della morale e alla conseguente inapplicabilità dell’idea condivisa di giustizia. Il pa-ragone tra la pellicola del genio di Lang e questo Un alibi perfetto, libero adattamento firmato dall’onesto mestierante Peter Hyams, sarebbe un’arma di retorica critica facile e impietosa, ma è difficile non ricorrervi riguardo ad almeno un’evidenza: se in Lang la magistrale gestione del meccanismo narrativo assorbiva le inverosimiglianze citate da Rivette, facendo sperimentare allo sguardo del pubblico il falso velo della menzogna per poi metterne in discussione le certezze etiche (afferma Lang: «Mi spaventava molto il finale. Per un’ora e quaranta minuti mostravo Dana Andrews come un uomo magnifico e irreprensibile e, in due minuti, rivelavo che era un figlio di puttana»), nel corso del suo film Hyams dissemina indizi marchiani del ribaltamento che verrà, attentando alla capacità del colpo di scena finale di produrre un nuovo sguardo sul mondo, di farsi esperienza dissestante. Ba-stano microscopiche inferenze, l’applicazione di banali principi di economia narrativa, e uno spettatore non completamente ottuso è in grado di prevedere buona parte di quel che si paleserà all’orizzonte narrativo: per malinteso senso di onestà intellettuale, dove Lang omette Hyams accenna, ma goffamente, incrinando la credibilità della costruzione. Oltre a raffigurarsi la platea come ben poco dotata, Un alibi perfetto adegua arrivismo e corruzione alla contemporaneità, cita Guantanamo, mostra la centralità dei media e il potere manipolatorio del digitale, innesta due tese scene d’azione a smuovere la struttura da procedural movie e accentua nel terzo atto le doti investigative del personaggio femminile. Si concede anche il vezzo di un incipit/metonimia (l’apertura sul volto di una donna con gli occhi bendati), ma dispiega un apparato retorico piano e ingenuo, con ridondanze canoniche (zoom come accenti e musica a ribadire), condendo il nucleo di protagonisti con figure secondarie sul baratro dell’autoparodia (commessa stordita e nerds informatici) e crollando sotto il peso dell’interpretazione di Metcalfe, surclassato dall’imbalsamata professionalità dei comprimari Tamblyn e Douglas (che ritorna a lavorare con Hyams ventisei anni dopo l’opposto e complementare Condannato a morte per mancanza di indizi). Inerme e, poiché privo di ambizioni, poco pernicioso: inutile non è la parola giusta, ma è la prima che viene in mente.
Giulio Sangiorgio

C.J. Nicholas (Jesse Metcalf) è un reporter televisivo che lavora per le “grandi inchieste” del Canale 8. I suoi preziosi servizi riferiscono sulla scelta della più opportuna miscela di caffè o sulle fantastiche mostre canine della zona. Il peggio è che, durante le riprese, deve sempre avere il sorriso stampato in faccia. E’ fin troppo evidente che è un’attività troppo angusta per un giovane ambizioso come lui. Il suo sogno non è quello di prestare servizi per la rete televisiva della Louisiana (che, attualmente, è lo Stato che offre i maggiori benefici fiscali per le produzioni che decidono di girare in loco e nel film c’è anche un riferimento diretto all’uragano Katrina, nda).
Appena può, il giovane cronista va di corsa a vedere le arringhe del diligente e autoritario procuratore distrettuale Mark Hunter (Michael Douglas): c’è qualcosa che lo affascina e che lo turba allo stesso tempo nei modi coi quali il legale procede nel suo lavoro, svolto tramite lo sfoggio di una bravura dialettica notevole e l’esibizione di prove incontrovertibili. Forse troppo innegabili. In C.J. si insinua il forte dubbio che Hunter sia corrotto ed essendo annoiato e in cerca dello scoop della vita comincia a indagare…
Scritta, diretta e degnamente fotografata da Peter Hyams, il quale ritorna a lavorare con Douglas dopo il lontano “Condannato a morte per mancanza di indizi” del 1983, la pellicola scava tra la corruzione nella giustizia, quella nei dipartimenti di polizia e tra le righe delle colonne giornalistiche prendendo spunto dall’originale “Beyond a reasonable doubt” di Fritz Lang, uscito nel nostro paese con il titolo “L’alibi era perfetto”, l’ultimo film girato in terra statunitense dal grande autore viennese nel 1956.
Il prototipo langhiano era una lievissima meditazione sul peccato, sul concetto di crimine e sulla parzialità della pena di morte, di matrice solenne, quasi minimalista. Il rifacimento odierno riprende l’aspetto esteriore ma non il ragionamento complesso, mira più all’intrattenimento gettando sulla scena un numero maggiore di personaggi e moltiplicando gli accadimenti.
Michael Douglas più invecchia e più assomiglia a suo padre, fisicamente parlando, anche se a 65 anni sembra, con rispetto parlando, un po’ incartapecorito. Per quanto concerne il carisma e l’efficacia della sua recitazione c’è da dire che lascia un po’ a desiderare. Si dirà che i soggetti non sono gli stessi di quelli offerti al padre, forse è più corretto dire che ognuno ottiene quello che si merita e Michael offre, in questo caso come in tanti altri, un’interpretazione piuttosto anonima.
Jesse Metcalf ha dalla sua occhi penetranti e furbi che ricordano quelli di Jim Hutton, il popolare Ellery Queen della serie televisiva. E’ un piacione dallo sguardo malizioso ereditato dall’apparizione sexy nel serial tv “Desperate Housewives”. Il suo personaggio, così come la resa sul grande schermo, è giovane; l’idea è che Jesse dovrà maturare ancora un po’ per sostenere ruoli così difficili e al centro dell’attenzione.
La storia d’amore che C.J. ha con la collaboratrice di Hunter appare un po’ forzata e intralcia lo snodarsi della narrazione, è come un fastidioso insetto che vola all’altezza del viso e che distrae l’attenzione dalle vicende principali. Per di più, ci sono delle deficienze di sceneggiatura grossolane: la copia del videotape lasciato a casa piuttosto che tenuto a portata di mano in tribunale, il conseguente inseguimento automobilistico rimasto “impunito”, l’inettitudine dell’entourage del procuratore nel non essere troppo scrupoloso in rapporto a loro certi collaboratori, un appartamento rigirato come un calzino che non viene più menzionato come possibile prova indiziaria. Il film si sgretola progressivamente sotto il peso delle troppe frecce caricate al proprio arco.
Incatenato mani e piedi, “Un alibi perfetto” sembra avviarsi verso un prevedibile finale, tuttavia insinua nello spettatore un non so che di inquietante e sottilmente minaccioso: corridoi vuoti dove far risuonare scarpe coi tacchi, telefonate nel cuore della notte, coinvolgimento a effetto domino di un numero progressivo di potenziali vittime. In questo, il film di Hyams è un onesto prodotto di intrattenimento che si chiude in maniera troppo precipitosa.
Un suggerimento per risolvere il mistero: qual è la tipica espressione che compare nelle targhette appese ai cancelli quando si vuole mettere in guardia dai più famosi animali domestici?