[ Triage ]
La storia – Fotoreporter di guerra, nel 1988 Mark e David sono in Kurdistan per documentare gli scontri tra la popolazione e l’Iraq di Saddam. Ma una volta tornato a Dublino Mark cade in una tremenda depressione da cui cerca di salvarlo un anziano psichiatra, nonno della sua compagna spagnola.
L’interiorità dei due fotoreporter emerge dalla scelta dei soggetti e dalla prospettiva di un obiettivo in tutto uguale al mirino di un fucile. E le foto di Mark e David non hanno nulla in comune pur documentando la stessa realtà: il primo non si ferma davanti a nulla, continua a scattare qualsiasi cosa accada, sofferenza e morte non lo spaventano né riescono a frenarlo; il secondo, invece, sfugge alle immagini di dolore appigliandosi a un pur minimo filo di speranza. È la moglie di Mark a notare la differenza commentando un’istantanea di David appesa al muro, mentre nessuna delle foto del marito potrebbe essere esposta in una casa. Più capace nel suo lavoro, sensazionalistico, efferato e tanto atroce da fare gola alle maggiori testate giornalistiche, Mark produce immagini realmente oscene, scatti che nessuno esporrebbe in un salotto, ma che molti vogliono vedere sulle pagine patinate di una rivista. David, invece, anche in attesa di un figlio, vuole uscire dal giro forse intuendo che la vicinanza con la parte più oscura della realtà – lo scontro tra un uomo e il suo simile – può cambiare l’anima di una persona. Poi il viaggio verso l’inferno della guerra. Dopo il brutto incidente di L’enfer, solo apparentemente Tanovic torna a raccontare i conflitti bellici (come nell’osannato No Man’s Land), riflettendo in realtà sulla presupposta moralità da cui ogni sguardo dovrebbe partire e sulla connivenza di chi non si ferma davanti all’orrore, ma ne diventa parte, accrescendolo. Voyeurismo e oscenità, la questione etica e l’illustrazione di un campo curdo dove un medico/demiurgo smista (da qui il francese “triage”), tramite striscioline di carta colorate, i malati gravi dai gravissimi, cui allevia il dolore con un colpo di pistola in testa. Ma Triage non è solo questo: quando Mark fa ritorno a Dublino, infatti, il regista sceglie di dare alla pellicola i toni propri di un thriller psicologico con l’entrata in scena di uno psicanalista in pensione dopo una carriera passata a riabilitare i criminali di guerra franchisti. Già generoso di spunti, temi e problematiche campali per la contemporaneità, è qui che il film annaspa divenendo una specie di giallo dell’anima totalmente dimentico delle premesse e solo in parte aiutato dalla buona prova del cast. Così l’evidente incompatibilità e lo stridore attoriale di Farrell e Lee, dovuti a più di cinquant’anni di differenza e a metodi recitativi inavvicinabili, si trasformano in un punto di forza per la credibilità dei duetti, nella finzione sostenuti da due uomini di diversa nazionalità.
Marco Chiani
