[ Tra le nuvole ]
La storia – La vita di Ryan Bingham consiste nel prendere un aereo dopo l’altro, volando per tutti gli Stati Uniti per licenziare i dipendenti di aziende in difficoltà. L’incontro con l’attraente viaggiatrice Alex e la vicinanza con Natalie, giovane collega che ha il compito di affiancare, cambieranno le sue convinzioni e il suo rapportarsi agli altri.
Sgombriamo subito il campo da possibili equivoci: Tra le nuvole di Jason Reitman non è Up in the Air di Walter Kirn. Si ispira all’eccellente romanzo annata 2001, ma non lo aspira integralmente, pagina per pagina. Il che è cosa buona e giusta. Prendi la traduzione cinematografica di La strada: non funziona per niente, perché il libro eccede il film e rende la possibilità stessa di una sua conversione mediale ridondante, quasi offensiva. Come dire: l’Olivetti di McCar-thy batte la macchina da presa di Hillcoat tre a zero. Ma sto divagando. Nel caso di Tra le nuvole, romanzo e film costituiscono due mondi paralleli, due realtà ugualmente affascinanti ma sostanzialmente diverse, ergo entrambe in-dispensabili. Evito la comparazione e contrasto carta/schermo per non degenerare in un cliché curabile con doppio cachet e passo direttamente alla disamina della pellicola. La butto lì: Tra le nuvole sta al 2009 come Fight Club al 1999. Ryan Bingham è il nuovo Jack. Come il protagonista del ca-polavoro di Palahniuk/Fincher, an-che in questo caso ci troviamo di fronte a una narrazione del maschio evirato. Un maschio surmoderno, che ha fatto dei non-luoghi la sua dimora mobile. Che vive negli interstizi della società perché ha capito, a differenza di altri, che sono proprio quelli a tenerla insieme. Un maschio che rifiuta la stasi e preferisce le zone liminali all’inquietante certezza della vita “normale”. Ryan Bingham è un uomo in fuga con in testa un’idea meravigliosa. Dieci milioni di miglia. Ossigeno riciclato. Noccioline. Drink a 5 dollari. Ryan Bingham è un omicida. Un angelo sterminatore. “Termina” le carriere di altri. Ma lo fa con dignità e stile. Ha letto Cialdini. E si vede. Ti invita a raccattare le tue cose e a lasciare l’edificio e tu vorresti abbracciarlo mentre ti pugnala con la mano destra (la sinistra è impegnata ad allungare la brochure con tutte le risposte possibili alle tue domande). Ma l’esecutore ha un punto debole: incontra una donna, abbassa le sue difese, ci casca come un pollo. Dietro Tyler Durden c’è sempre e solo Jack. «Pensa a me come se fossi te, ma con una vagina» dice lei, e in quel momento lo spettatore sgamato capisce al volo che è finita perché nelle dinamiche di manipolazione sentimentale e inganno emotivo l’ani-ma gemella con la vagina ha sempre una marcia in più. A quel punto, Up in the Air diventa Up in the Ass. Del resto, il concetto di “fedeltà” – il leitmotiv del racconto, declinato a tutti i livelli (personali e aziendali) – è un mero slogan pubblicario che non ha alcun riscontro reale, a terra come a tre chilometri di altezza. Al termine di questa favola esopica ambientata in luoghi tutt’altro che esotici – le zone inutili del Nord America, dal Nebraska al Wisconsin, dall’Oklahoma all’Ohio – atterriamo in zona capolavoro. Con un unico desiderio: ripartire immediatamente verso nuove, banali destinazioni.
Matteo Bittanti
