[ Shutter Island ]

La storia – Gli agenti federali Teddy Daniels e Chuck Aule sono chiamati ad indagare sulla scomparsa di Rachel Solando, paziente del manicomio criminale di Shutter Island. L’indagine si complica immediatamente e i due capiscono che qualcuno sta nascondendo qualcosa.

Manieristico Scorsese. Ricorrendo per la quarta volta all’amico Di Caprio – ennesima fantastica interpretazione – il regista newyorkese mette in mostra la sua bravura nel fare cinema, senza virtuosismi, abbandonandosi alla pedissequa messinscena dell’ottima sceneggiatura tratta dal romanzo di Dennis Lehane, lo stesso di Mystic River.

Prima parte d’indagine poliziesca, col passare dei minuti le idee dello spettatore si confondono assieme a quelle di Teddy. Non semplice empatia, ma presa di coscienza del sottile gioco psicologico e narrativo di Scorsese. L’indagine diventa mistero, il mistero si tramuta in psicosi, la psicosi (con)fonde gli elementi. Niente è quello che sembra e tutto appare chiaro. È Scorsese che nasconde la verità. Si sterza così prepotentemente verso lo psico-thriller, dove a far luce arriva baldanzoso il finale, in cui l’esplicazione reiterata ripetuta allungata, sovraccarica la durata complessiva di un buon film, la cui firma autoriale si nasconde, ma in cui giganteggia un sempre più maturo Leo Di Caprio.

Questo è un commento “a caldo”.

Dario Cortimiglia

7 Commenti a “Shutter Island”

  1. Roberto Simeoni scrive:

    Grandissimo Scorsese! Dietro le pieghe del film di genere nasconde una delle più profonde ed inquietanti (quanto volte ho ripensato alla battuta finale di Di Caprio dall’uscita dal cinema) riflessioni sulla follia, sulla violenza della società e sul cinema stesso (il gioco di ruolo orchestrato dal direttore del manicomio). Al tempo stesso il suo film più lynchiano e più kubrickiano.

  2. Clementine scrive:

    Io devo confessare che, invece, sono rimasta piuttosto perplessa da quest’ultimo lavoro. Credo di aver pensato, a differenza di Roberto, che sia proprio l’opposto di un film di Lynch. Lynch si assume la responsabilità di una sfida costante con lo spettatore, di virate improvvise, di percorsi di senso di difficile decifrazione. Credo che fare un film in cui si adotta la prospettiva di una soggettività disturbata non basti a farlo poi definire lynchano. banalmente, è la molla di moltissimi thriller psicologici più o meno ben fatti.
    Io ho trovato meravigliosa la prima parte: convincente dal punto di vista visivo, coinvolgente, anche più originale. Si mescolavano 2 tracce, 2 traumi: quello della guerra e quello del dramma personale, che poi sul finale viene svelato. Ma poi, direi che tutto diventa fin troppo chiaro: a metà del film si intuisce che lo spettatore “subisce” il punto di vista di una personalità disturbata, e già quello secondo me sottrae molto dell’interesse. Uno spettatore sufficientemente smaliziato capisce in breve tempo dove vuole condurlo la trama del film. è vero anche che da un regista come Scorsese è lecito aspettarsi che, dietro la maschera di un film di genere, si nascondano altre riflessioni: ed effettivamente emergono la paranoia del complotto militarista, il trauma della guerra fredda, di nuovo la rappresentazione di una società fondata e cresciuta sul sangue. però sono riflessioni che, secondo me, sono state portate avanti in maniera più convincente in altre opere. Rimane un film impeccabile dal punto di vista formale, con dei riferimenti interessanti: la riflessione metacinematografica di cui parlavi, Roberto, mi pare interessante, soprattutto perché quello è l’unico punto di ambiguità lasciato dal film. Noi seguiamo il racconto con gli occhi di Teddy, e poi alla fine si accenna ad una complessa rappresentazione terapeutica: ma quanto di quello che abbiamo visto è effettivamente avvenuto nella rappresentazione? quanto era delirio? mentre vediamo Teddy sullo schermo vivere un delirio paranoide, dov’era il suo corrispettivo nella realtà?

  3. Roberto Simeoni scrive:

    Infatti è proprio la riflessione metacinematografica quella alla quale legavo il riferimento a Lynch, ed in particolare alla sua ultima opera “Inland Empire”. Mi sembra che anche Scorsese come Lynch dialoghi costantemente con lo spettatore (e attenzione ad essere troppo smaliziati, che poi ci si perde il “gusto” del cinema) e forse il film di Scorsese è ancora più inquietante da questo punto di vista (se confrontiamo i finali dei due film). Inoltre il protagonista del film ha degli innegabili punti di contatto con i vari Travis Bickle (Taxi Driver) e Frank Pierce (Al di là della vita) e (a costo di rischiare gli strali di tutta la redazione) aggiungerei anche qualche parentela con il Jack Torrance di “Shining”.

  4. Clementine scrive:

    Non so..continuo a trovare i paragoni piuttosto “tirati per i capelli”..non inesatti, ma, almeno per quanto riguarda Lynch, un po’ forzati. Soprattutto per quanto riguarda Inland Empire, che è un’opera più radicale, che va oltre i meccanismi alla base di Mulholland Drive e Strade Perdute.
    Nel meccanismo narrativo, e conseguentemente anche nella riflessione metacinematografica, trovo forse più punti di contatto con Gilliam e Shyamalan. Nel caso di quest’ultimo, aggiungo una postilla a quello che hai giustamente scritto tra parentesi: io Il Sesto senso lo riguardo tutte le volte che lo fanno in tv. Il fatto di sapere già come va a finire non mi toglie il gusto della trama, anzi, vado sempre in cerca di indizi nuovi. Shutter Island lo riguarderei forse per altri motivi: gli indizi sono chiarissimi. Ecco, forse rimprovero al film che, nello sviluppo della trama, sconta un po’ troppo le eredità di film precedenti. Il passaggio tra realtà e incubo è fortemente marcato, e nella seconda metà del film non ti resta che attendere un epilogo che conosci (e qui direi che la lontananza da Lynch è evidentissima: i suoi sono incubi in senso proprio, realtà oniriche e in quanto tali assolutamente imprevedibili, spesso inspiegabili se non a posteriori e con riflessioni complesse come sedute di psicanalisi). Trovo infinitamente più interessante, come ho già scritto, il fatto che non ci sono confini marcati invece fra il delirio del protagonista e il “gioco di ruolo”, la rappresentazione a fini terapeutici messa in atto dal direttore dell’ospedale. Il cinema può giocare col concetto di realtà a più livelli, è questa un delle sue più grandi fascinazioni.
    L’altro elemento che ho trovato interessante è il contesto socio-politico dell’ambientazione, l’atmosfera di paranoia esterna che influenza la psiche dei protagonisti, la “malattia” sociale che alimenta e chissà, forse in molti casi genera addirittura, la malattia del singolo. Scorsese rimane uno dei più grandi narratori della violenza insita nelle pieghe della società, e di cui i suoi personaggi sono spesso vittime prima ancora di esercitarla, con una ineluttabilità che spesso ricorda la tragedia.
    Ps: su Kubrick idem come per Lynch. Devo dire che il paragone è stato sostenuto anche in altre recensioni, ma a me sembra che evidenzi solo l’aspetto più superficiale della trama, e che poi le due riflessioni prendano percorsi troppo diversi. In Kubrick emerge la follia dell’uomo “normale”, e il contesto sociale che la genera è in qualche modo fuori dal racconto, per quanto inevitabilmente sottinteso. In Shutter Island c’è, è vero, un luogo isolato che acuisce il disagio interiore. ma è vero altrettanto che l’orrore è soprattutto al di fuori, nel vissuto di un personaggio che sembra (come dimostrano tante altre riflessioni cinematografiche sui traumi dalla guerra) destinato a perdere sé stesso per tutti gli orrori che ha visto e vissuto in passato.
    Ciò che doveva avvenire è già avvenuto fuori da Shutter Island, e quello che succede lì è solo un loop, l’eterna ripetizione di una trama scritta per sostituire l’inaccettabile.
    Ps2 (lo so, sono prolissa): interessante invece il paragone con gli altri personaggi scorsesiani. Da qualche parte, non ricordo adesso dove, ho letto in particolare dell’uso dello specchio in Scorsese che, come un fil rouge, lega questo film ai precedenti. Sarebbe uno spunto interessante da approfondire

  5. dario cortimiglia scrive:

    complimenti ad entrambi per le analisi!

  6. Lorenzo Mosna scrive:

    Alè, sono passati dei mesi e ho visto questo stramaledettissimo film di Scorsese. Perché Scorsese no no no, non si può non guardare. Ed eccomi qui a incazzarmi due volte. Sono abbastanza incazzato per il film, e incazzato una seconda volta perché Clementine ha già detto quello che volevo dire io. Ovvero, alla prima emicrania di Leo ho capito esattamente dove il film stava andando a parare, e mi sono assopito (tanto da alzarmi due volte, la prima per controllare la masterizzazione di un DVD e la seconda per cercare invano qualcosa di alcolico nella credenza). Condivido il giudizio sulla prima parte e mi ripeto: fino alla prima emicrania di Leo il film scivolava come un ago nella pelle. Purtroppo la siringa conteneva tripentothal, di una buona annata e nell’ultima ora ha fatto effetto.

    Poi mi sono fiondato su Rotten Tomatoes, alla ricerca di altre opinioni. E ne ho trovata una memorabile firmata da Jordan Hoffman che riporto tradotta grossolanamente:

    Credeteci o no, verso la fine del film, Leo si inginocchia, guarda verso il cielo inquadrato da una camera su di un dolly e urla: “Noooooooooooo” Proprio come il direttore Skinner.

  7. Fabrizia Malgieri scrive:

    Parto dal presupposto che ho letto il libro prima di vedere il film, quindi sono in discreto vantaggio rispetto a chi si approccia a “Shutter Island” per la prima volta.Il libro, come il film, è molto lento…la sceneggiatura procede a rilento, lo spettatore/lettore capisce immediatamente dove si vuole andare a parare e se si aguzza l’occhio e l’orecchio diciamo che i 3/4 del film li risolvi in meno di mezz’ora. Diciamo nulla di nuovo, per chi ha già avuto modo di destreggiarsi con il vecchio Lynch, come già giustamente precisavano Roberto e Clementine. Tuttavia, ho trovato geniale (così come nel libro) il finale: SPOILERO, quindi chi non ha visto NON LEGGA!

    INIZIO SPOILER:

    Davvero Andrew non riesce a distinguere la finzione dalla realtà? Siamo davvero sicuri che lui sia realmente consapevole di essere Teddy e non Andrew? Se ricordate, lui sapeva che quello sarebbe stato l’ultimo tentativo da parte dei medici per condurlo verso la guarigione, per evitargli la lobotomia. E’ il cervello a provare dolore, vi ricordate la psichiatra che incontra nella grotta? E se lui avesse “finto” di credersi Teddy per scontare la sua punizione: aver ucciso la moglie e non aver salvato i suoi figli?

    FINE SPOILER

    Oltre ad essere un film che gode ad essere meta-cinematografico, “Shutter Island” è un po’ come la psicoanalisi: o ci credi o la ritieni una grande cazzata. E io appartengo alla prima categoria.

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