[ Rec 2 ]

La storia – Un quarto d’ora dopo gli eventi raccontati in Rec, con lo scopo di fermare il contagio, quattro poliziotti speciali e un funzionario governativo muniti di videocamera entrano nel condominio di Barcellona focolaio di un misterioso virus.

L’immediatezza di Rec 2 non sta nei due anni scarsi di distanza dalla distribuzione del primo capitolo. Del resto, coi tempi che corrono (in mezzo c’è stato l’instant remake americano Quarantena), l’attesa può essere sembrata finanche troppo lunga. A donare istantaneità a questo nuovo horror in soggettiva, invece, è il racconto stesso, ripreso con presupposti identici al primo capitolo, solo quindici minuti dopo la sua conclusione. All’apparenza quasi più un vecchio “secondo tempo”, successivo a uno stacco pubblicitario di due anni reali, che un sequel. Un avvio di certo pensato per coccolare il fan devoto con un’esplicita dichiarazione di omogeneità, dove lo stacco temporale tra le due pellicole non è quella rima pur sempre presente nella serialità cinematografica, ma più propriamente una giunta di montaggio operata nello stesso grande film. Ma è dopo pochi minuti da questo “falso” incipit che Rec 2 estrinseca la sua totale autonomia dalla prima parte, svelando così l’imbroglio di Balagueró e Plaza. I due registi hanno infatti costruito un ironico film tutto sotterfugi e slealtà, nel quale sono già le diverse videocamere attraverso cui percepiamo la storia a fare scopertamente il gioco dei quattro cantoni: montando e smontando le attese, invertendosi davanti all’occhio di uno stesso personaggio/regista, fornendo ora qua ora là la visione sempre parziale, e per questo maggiormente inquietante, di un condominio brulicante di indemoniati e delle azioni di cui è teatro. Solo alluso alla fine di Rec, il tema esorcistico-religioso è in sostanza il nocciolo narrativo di uno sconclusionato resoconto che ha a che fare nientemeno che col Vaticano e col recupero di una fialetta contenente il sangue di una bambina posseduta. In questo continuo gioco di svelamenti e cambi di prospettiva va da sé che l’intreccio si faccia sempre più saturo di trappole e individui che non sono chi dicono di essere, di omicidi che colpiscono i sani invece che gli infettati, di vivi che dovrebbero essere morti e invece si rimettono in pista. Volutamente confusionario ma sanamente divertente, Rec 2 è scevro dalle fastidiose ambizioni teoriche del precedente capitolo e, caso raro, ai discorsi sul genere e alla ricerca delle citazioni antepone la costruzione di una sana tensione in cui risulta evidente quanto la forma “soggettiva” sia solo pretesto o addirittura sberleffo. Perché nel pensare e produrre un’opera così non c’è nessuna scommessa, dunque neanche nulla da vincere, ma la sola voglia di far saltare lo spettatore sulla sedia.

Marco Chiani

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