[ Planet 51 ]
La storia – Sul Pianeta 51 atterra un alieno, l’astronauta Charles Baker. La comunità di omini verdi si sente minacciata e tenta di catturare l’umano che, come un E.T. al contrario, vuole solo ritornare a casa.
Ci sono pellicole di cui si vorrebbe scrivere: moderatamente divertente, assolutamente innocuo e forse inutile, se si escludono un paio di questioni squisitamente tecniche. Invece una ragione bisogna trovarla, se non al film almeno alla propria freddezza. La storia di Planet 51 non è così orig-nale come vorrebbero gli autori, ma è il ribaltamento sistematico di una situazione tipica: l’arrivo dell’altro in una comunità serena ma autoreferenziale. Come è esistita un’America degli anni Cinquanta piena di fiducia nel futuro ma anche di timore dell’invasione di forze fondamentalmente invidiose di tanta prosperità, così nel cosmo esiste un pianeta fatto di bianchi steccati, drive-in, barbecue, famiglie armoniose e adolescenti inquieti. L’unica differenza è che gli abitanti sono verdolini, hanno le antenne e viaggiano in astronave. L’idea sarebbe simpatica se il mondo degli extra non assomigliasse così tanto al modello terrestre (generale ottuso e scienziato pazzo compresi). Se il design ha qualche spunto interessante (il pianeta è fatto di cerchi, ma il 3D generalmente parte dallo sviluppo di cubi) la sceneggiatura è un autentico prodotto di Joe Stillman, sciagurato padre di Shrek e Shrek 2: citazioni fino allo sfinimento, umorismo di grana grossa, tono en-tusiasmante come un fuoco artificiale al primo botto, ma assordante dopo dieci minuti. Da un punto di vista tecnico e produttivo Planet 51 va ricordato per lo sforzo dello Ilion Animation Studio di Madrid, impegnato a realizzare un film digitale tridimensionale che possa allinearsi con gli standard statunitensi: sei anni di lavorazione, sviluppo di software proprietario, consistente investimento di capitali (produce Sony e Hand-Made Film, che una volta produceva I banditi del tempo ma pazienza). Il risultato potrebbe dare la fama internazionale allo studio spagnolo, ma anche trasformarlo in un ottimo service per gli americani (dopo anni di catena di montaggio animata bisognerà pur che qualcuno sostituisca la Corea). Resta però il solito dubbio: non sarebbe meglio viaggiare più leggeri, ma con più immaginazione?
Anna Antonini
