[ Ninja Assassin ]
La storia – Allevato crudelmente per diventare un perfetto killer dalla secolare setta di ninja Ozunu, il giovane Raizo si è ribellato alla legge del clan e cerca di aiutare nelle sue indagini una detective dell’Interpol, che ha intuito il ruolo dei ninja in importanti omicidi.
Almeno bisogna riconoscere che Ninja Assassin offre allo spettatore proprio quello che promette fin dal titolo. E con grande abbondanza. Vale a dire: ninja, un’anodina ambientazione berlinese, poi ancora ninja, una deliziosa agente dell’Interpol dagli occhioni da cerbiatta, di nuovo ninja e infine ninja. La sensazione di loop nel leggere queste righe è del tutto simile a quella che prova lo spettatore nel vedere il film.
Peraltro, se ci si riesce a riparare dalle copiose spruzzate di sangue che le tecnologie digitali trasformano in pennellate surreali (con un effetto presto stucchevole), ogni qualvolta entrano in gioco gli spietati assassini della setta Ozunu si può pure ragionare su un paio di questioni. Ninja Assassin ha probabilmente l’ambizione (dubbia, ma legittima) di darsi come aggiornamento high tech e ultracool dei vecchi ninja movies anni Ottanta che affollavano le sale di quartiere prima, gli scaffali delle videoteche poi: prodotti di pronto smercio girati con pochi scrupoli e ancor meno preoccupazioni estetiche nel Sud-Est asiatico. Lo conferma la presenza della star di allora Shô Kosugi che qui veste i panni del Maestro Ozunu, un padre/mentore crudele e spietato per il giovane protagonista (la popstar corea-na Rain), a ribadire – metaforicamente – il legame di discendenza diretta da quel tipo di cinema.
E qui entrano in campo i produttori-ombra di Ninja Assassin, i fratelli Wachowski (e dietro di loro il deus ex machina Joel Silver), già in quel ruolo – e forse anche qualcosa di più – per il precedente lavoro di McTeigue, V per Vendetta, oscura distopia futuribile che adattava in modo profondamente infedele, eppure non privo di meriti, l’omonimo capolavoro fumettistico di Moore e Lloyd. Ninja Assassin rientra alla perfezione nel loro immaginario sincretico, fortemente contaminato da materiali e linguaggi molto vari (qui in particolare comic books, film di kung fu, anime, sci-fi) e segnato da un’ossessione per il superamento dei modi di visione tradizionali e la sperimentazione di nuove tecnologie. Peccato che questa volta si voli basso lungo le coordinate estetiche e narrative piattissime imposte da un B-movie al quadrato che fa sembrare gli sparatutto da PlayStation il Simposio di Platone, di nuovo rinviando a data da destinarsi il momento dell’affrancamento artistico di McTeigue. L’impressione, anzi, è che l’ex regista di seconda unità dei Wachowski continui a girare pellicole preparatorie per loro, magari testando combine produttive (gli Studios tedeschi di Babelsberg, meta di molti blockbusters americani), originali possibilità di sfx, nuove apparecchiature di grido. Un po’ come accadeva nel Rinascimento con quei pittori di bottega che stavano al seguito dell’artista celebre, anonimi e intercambiabili, impiegati nello stendere le tele e preparare i colori, al limite consentiti di eseguire parti secondarie, ma sempre impediti di vivere di luce propria e sviluppare una fisionomia personale.
Rocco Moccagatta
