Le due cadute del Paese delle Meraviglie: Burton e McGee
Pubblicato sotto "I tagliaerbe" il 16 marzo 2010

Un'immagine tratta dall'opening di "American McGee's Alice"
Alice in Wonderland è nelle sale, incassa un botto, i produttori sono felici e i bambini sanno già a memoria le battute (parola d’onore: domenica scorsa al cinema una marmocchia anticipava ogni dialogo). Eppure Alice di Tim Burton non è il genere di film che ci saremmo aspettati dal regista di Edward mani di forbici. Un mondo schizofrenico, autistico, lisergico come il Paese delle Meraviglie meccanizzato da Burton, dalla sua ossessione per la morte, per lo spavento, per la deformità, per la pazzia doveva o quantomeno poteva osare. Invece no: una festa di colori anestetizzati dai cupi occhiali in 3D, una storia che non si sbilancia, una povertà di tematiche nere e un lieto fine tremendamente atteso. Alice all’acqua di rose.
Il problema, però, è più grave del previsto. Da Burton non ci saremmo aspettati “qualcosa di diverso” ma “qualcosa di già visto”. Ci riferiamo a quello che dieci anni fa fece American McGee, un nome misconosciuto dai cinefili, mitizzato dai videoludofili. Questo signore all’epoca dei fatti aveva poco più di venticinque anni e di mestiere disegnava livelli per la id Software. Nel 1998 entrò in Electronic Arts e prese le redini di un progetto dedicato all’Alice di Lewis Carrol e due anni dopo uscì American McGee’s Alice. La trama del videogame è sorprendentemente simile a quella del film di Burton: Alice è richiamata nel Paese delle Meraviglie, la Regina Rossa ha soggiogato il regno portando un’era di terrore e decadenza. La differenza con Burton è però abissale. Alice non è infatti una nobile inglese, bensì una ragazza catatonica e autolesionista, impazzita dopo avere assistito impotente al rogo dei propri genitori in un incidente domestico. Il regno delle meraviglie è una landa corrotta, contorta, deformata. I personaggi parlano un linguaggio criptico, si esprimono in rima dando luogo a poesie intraducibili. I buoni si fanno cattivi, i cattivi si fanno spietati. La corsa del Bianconiglio si conclude senza preavviso in un bagno di sangue. Il Cappellaio Matto, ossessionato dal tempo, diventa un maniaco che si autoinnesta elementi a orologeria.

Un'immagine tratta da "American McGee's Alice"
L’intero videogame è la costruzione di un incubo di Alice, con elementi che si compongono lentamente materializzando le più grandi angosce della ragazza. Il Ciciarampa, ad esempio, è costituito da pezzi della casa bruciata dove Alice ha visto morire i suoi genitori. Il castello della Regina Rossa, infine, è un viaggio all’interno delle viscere della stessa Alice, il momento in cui la fanciulla deve affrontare la sua più grande paura: se stessa. Al contrario il mondo del film burtoniano, come ammette la stessa Alice nel film, è un sogno. Il suo sogno. La dimostrazione che Tim Burton ─ ogni tanto e nostro malgrado ─ dorme tranquillo.
L’annuncio di Tim Burton’s Alice in Wonderland porta inevitabilmente alla mente McGee. Ovvero, da Burton ci si aspettava la cinematografizzazione dell’incubo di American McGee’s Alice. Quello che troviamo è invece un film Disney, squisitamente curato ma spaventosamente poco ispirato. Nasce così un paradosso: l’incubo di Alice trasformato in sogno da Burton, diventa a sua volta un incubo per chi ama il cinema e i videogame. L’attesa di un momento di terrore si fa vana, rendendo la ricerca spasmodica di una scarica di adrenalina in un lungo viaggio nella propria mente, alla riscoperta di quei bei momenti che dieci anni fa ci avevano incantato davanti al computer e che oggi, sul grande schermo tridimensionale, non siamo riusciti a ritrovare.
Lorenzo Mosna
ma per caso, c’è stata una dimostrabile indagine di mercato per cui si attesta che “… da Burton ci si aspettava la cinematografizzazione dell’incubo di American McGee’s Alice” o simili??
In tutta questa “discorsivizzazione” (ovvero parlare, parlare per creare il fenomeno di pensiero) si omette che Burton firma fantasy sui generis goticheggianti nell’atmosfera di mistero e tendenti al massimo al grottesco e non film di genere horror.
Chi ama l’autore ha trovato Burton anche nella sua versione, apertamente disneyana, di Alice.
Odio rispondere alle domande con una domanda, comunque esiste un’indagine di mercato in grado di attestare che “chi ama Burton ha amato anche la sua versione apertamente disneyana di Alice”?
Ti dirò, Carmen…in questa versione di “Alice” Burton si percepisce in modo molto sommario. L’unico grande personaggio reduce dalla sua grande immaginazione, a mio parere, è solo la Regina Rossa. Anzi, come ho scritto in un commento nella visione del film, ti dirò di più: c’è stato un grande superamento del concetto di freak rispetto al passato. Il freak non è più un essere isolato che tenta di normalizzarsi (fallendo, come nel caso di Edward Mani di Forbici), ma diventa un personaggio “più temuto che amato”. E’ lui a dettare legge, spingendo gli altri a indossare nasi finti e protesi per fare in modo che siano gli altri ad adattarsi a lui. Questo, secondo me, è l’unico frammento burtoniano interessante che rimane nella pellicola. Secondo me, Burton non si limita a firmare “fantasy sui generis goticheggianti” perchè sembrerebbe quasi volerlo inserire forzatamente in una categoria (anche perchè a smentirlo ci sono Big Fish e Ed Wood, per non parlare di Mars Attacks! e altre pellicole.), cosa che a mio parere ha sempre cercato di evitare. In questo ha sempre cercato di essere originale. E il fatto che lo si rimandi ad una categorizzazione, vuol dire che sta perdendo il suo grande appeal. Se, come dice Lorenzo, avesse riletto in chiave da incubo il meraviglioso racconto di Carroll avrebbe finalmente infranto un clichè, superando quella zuccherosità gratuita che già il film Disney ci aveva abbondantemente regalato a suo tempo. Non basta fare una fotografia grigia e un paio di personaggi stravaganti (e secondo me anche mal riusciti…vedi il cappellaio matto) per dire “Questo è Burton”. Burton è innovazione, non questa “roba”. Probabilmente non c’è nessuna indagine di mercato che avrebbe richiesto una visione di Burton come American McGee’s Alice (anche se, girovagando in giro, posso assicurarti che molti avevano questa idea in testa!
), ma sicuramente non c’è un’altrettanta indagine che dimostra che questa era la visione che da lui ci si aspettava. Anzi.
Sono completamente d’accordo con Fabrizia Malgieri, come avevo già scritto a suo tempo nel commento “a caldo”. Confesso che non conoscevo la versione videogame, molto intrigante; questo aumenta il rammarico complessivo. Aggiungo un altro riferimento (di cui avevo già accennato a suo tempo, ma che nessuno aveva raccolto): qualcuno ha visto la versione a pupazzi animati con una bambina vera come protagonista di quel “geniaccio” di Svankmajer? Secondo me, se Burton si fosse ispirato a quella versione avrebbe fatto centro.
Quello di Svankmajer l’ho sempre visto a pezzi su youtube ed effettivamente mi manca una visione totale dell’opera. Mi rifarò, Roberto! Io rimango ancora fortemente legata (più per una questione affettiva, lo ammetto) alla versione del 1972 firmata da William Sterling, con Peter Sellers nei panni della Lepre Marzolina per intenderci.
sicuramente Burton costituisce una categoria a se stante, nel senso di non ricollegabile ad altro nel panorama cinematografico contemporaneo!a scanso di equivoci (autogeneratisi a causa delle esasperate aspettative dei fans!) se Burton avesse voluto realizzare seriamente una versione “da incubo” forse non si sarebbe legato alla Disney (che con tutta la buona volontà “da incubo”in senso stretto non ha mai prodotto nulla).Il marchio Disney doveva cmnq ammonire sui limiti che il film poteva comportare, per quanto Burtoniano!Inoltre, prima dell’uscita del film, il regista ha rilasciato tutta una serie di dichiarazioni in cui apertamente invitava a non pensare alla sua Alice rifacendosi al proprio repertorio passato o ad altre trasposizioni conosciute.Appunto Burton è innovazione.Solo che a volte quando l’innovazione non combacia con l’orizzonte di aspettative perde fascino e interesse.
In conclusione, ciò che mi dispiace, da ammiratrice dei film di Burton, è che fiumi di inchiostro si sono versati nel ribadire il semplice concetto che da Burton ci si aspettava più angoscia e turbamento, senza provare al contempo anche a capire il testo che ha realizzato, qualsiasi “roba” sia (rispetto al racconto originale ha rotto almeno 2 clichè: ha dato ad Alice una psicologia riflessiva e reattiva e ha rotto la conclusione circolare, per cui Alice non torna al punto di partenza, bensì è proiettata nel proprio futuro).A fronte di una critica ufficiale e generalizzata piatta e rindondante, l’art.”Le due cadute del Paese delle Meraviglie” mi è sembrata una speculazione esagerata per il tono di asserzione, e non di semplice approfondimento, con cui senza riserve di sorta afferma che “L’annuncio di Tim Burton’s Alice in Wonderland porta inevitabilmente alla mente McGee. Ovvero, da Burton ci si aspettava la cinematografizzazione dell’incubo di American McGee’s Alice” come se fosse una verità assodata!!!
Ora,sicuramente non è assodato neppure che “Chi ama l’autore ha trovato Burton anche nella sua versione, apertamente disneyana, di Alice” tuttavia, fatto salvo e santo il diritto/dovere della critica a promuovere opinioni divergenti e confronto, indagare più approfonditamente le intenzioni dell’autore sarebbe più opportuno e più informativo che limitarsi ad indagare l’idea che i più avevano in mente.
vi ringrazio cmnq di aver aperto un dibattito costrutivo sul tema!;-)