[ Il riccio ]

La storia – Parigi. Tra le scale di un elegante palazzo abitato da famiglie dell’alta borghesia nasce un’insolita amicizia tra Paloma (dodicenne incredibilmente brillante e con tendenze suicide), Renée (portinaia coltissima dal fare scorbutico) e Monsieur Ozu (enigmatico signore venuto dal Giappone).

Dalla pagina scritta al grande schermo. In quanto best seller di successo tale è il destino del romanzo della scrittrice-filosofa Muriel Barbery L’eleganza del riccio, che ha scalato le classifiche editoriali diventando quello che si è soliti definire – con sempre più facilità – un vero e proprio caso letterario, con tutte le potenzialità per trasformarsi in un caso cinematografico. Eppure la regista Mona Achache, neanche 30 anni e un paio di cortometraggi alle spalle, assicura di aver pensato alla trasposizione molto prima che esplodesse. In effetti, la sua lettura visiva è decisamente personale, libera e tutto sommato sfacciata nel tagliare, colorare e incollare episodi e personaggi, prendendo la materia del libro e reimpastandola a proprio gusto. La Barbery, dal canto suo, ha da subito dichiarato che il film avrebbe dovuto avere una propria autonomia artistica. E così è stato. Pur non tradendo l’atmosfera “favolosa” alla Amélie Poulain del romanzo, Il riccio è stato soggetto a significative variazioni, prima fra tutte la maggiore importanza data al ruolo di Paloma a scapito dell’altra coprotagonista, la portinaia Renée. Dall’apparenza dolce e dall’eloquio corrosivo, Paloma è un’intelligentissima bambina pessimista e cinica che, come i personaggi dei manga che tanto adora, si veste sempre uguale (jeans e maglietta a righe) e combatte con una videocamera in mano la noia e l’assurdità del mondo che la circonda. Un mondo fatto di genitori fantasma, sorelle radical chic, adulti bobo (bourgeois-bohémien) imbevuti di psicanalisi, psicofarmaci e champagne. Nel suo essere sognatrice e solitaria, ragazzina incompresa in un universo di grandi, Paloma ricorda a sprazzi la piccola Stella dell’omonima pellicola di Sylvie Verheyde. Peccato allora che il film (ricercato anche nella fotografia, nello stile, negli inserti d’animazione un po’ alla Émile Cohl) non sia riuscito a restituire la stessa profondità e inafferrabilità del personaggio di Renée, coltissima e raffinata autodidatta (non certo simile a quella di La nausea di Sartre) che sotto gli aculei di un fare burbero e di un aspetto trasandato nasconde una sconfinata passione per l’arte, la filosofia, la letteratura russa. Una donna che nel libro viene paragonata a un riccio perché «fintamente indolente, risolutamente solitaria e terribilmente elegante» mentre nel film assomiglia piuttosto a un brutto anatroccolo ingenuo e incosciente della propria bellezza nascosta. Così nel passaggio dalla pagina allo schermo il riccio ha perso, non solo nel titolo, un po’ della propria eleganza.

Valentina Torlaschi

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