[ Good morning Aman ]

La storia – Tra rabbia e solitudine, deliri interiori e speranze sospese, due vite insonni si sfiorano e si intrecciano, in un racconto di formazione personale e disintegrazione sociale.

Gli occhi appesantiti, le palpebre che non si chiudono. I pensieri vorticano a vuoto, mentre i contorni delle cose sfumano. È una condizione esistenziale l’insonnia, che trasforma la notte in un limbo di mostri, che scioglie la visione in uno sguardo liquido. La notte è pesta e senza stelle sull’Esquilino quando le disperate traiettorie di Aman e Teodoro si incrociano. Entrambi sono alla rabbiosa ricerca di un’identità perduta, forse mai davvero avuta. E il percorso passa attraverso l’accettazione di sé stessi e delle proprie responsabilità. Teodoro barcolla, con la guardia alzata, incapace di danzare ancora sul ring. Le sue gambe sono appesantite da fantasmi e rimorsi che lo inchiodano alla poltrona, tra le mura di una casa in cui si è trincerato da tre anni. Aman invece cammina e corre, inseguendo un desiderio che lo faccia sentire vivo. Ma per lui, immigrato somalo di seconda generazione cresciuto a Roma, molte porte sono ancora sbarrate dal razzismo. Annaspando nella quotidianità il ragazzo si rifugia nella creazione di sogni, inventandosi per autodifesa un mondo perfetto: le menzogne che racconta lo isolano da un contatto profondo con gli altri, ma il tentativo di mascherare la fragilità è anche la spia di uno spaesamento interiore. L’ex pugile Teodoro, che dentro cova una violenza autodistruttiva, scorge in lui una possibilità di redenzione, un perdono. Come se un po’ di solidarietà fosse sufficiente a lavare via le colpe di un passato torbido. Aman si aggrappa a quell’uomo per imparare qualcosa sulla vita, ma sempre mantenendo un certo grado di distanza. È un film carico di sfumature Good Morning Aman. E, allontanandosi con forza dal conciliante stile televisivo tipico della produzione italiana, usa con maturità e rigore il linguaggio cinematografico. C’è sempre qualcosa a ostruire e ingannare gli sguardi: ostacoli e vetri, finte soggettive e occhi assonnati che guardano senza ve-dere, come se la vita riguardasse un misterioso altrove. Lo sfondo sfocato è appena percepibile, un gioco di luci e rumori, pensieri sconnessi che arrivano in diretta da un’umanità a brandelli. Il cinema di Noce – a partire dai suoi premiati cortometraggi e documentari – è un costante tentativo di messa a fuoco della psicologia dei personaggi. E il montaggio, sempre più delirante con il procedere della narrazione, alterna visioni a flashback e anticipazioni: uno stile insieme potente ed efficace nel restituire un’atmosfera di degrado, nel denunciare una situazione sociale di sfilacciamen-to del tessuto umano.

Stefano Borgo

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