[ Dorian Gray ]
La storia – Il bellissimo Dorian Gray, letteralmente immortalato dal ritratto di un artista estasiato e ispirato da un cattivo maestro, si getta a capofitto nei piaceri della carne, vendendo l’anima in cambio dell’eterna giovinezza e trasformandosi in predatore assetato e immorale.
Questo Faust orrorifico e giovanilista, terza prova wildiana di Oliver Parker ed ennesima trasposizione cinematografica del celebre romanzo, è confezionato con furbizia complice e un certo mestiere, senza che ciò costituisca un vero difetto. Quasi che il soggetto profondo della narrazione, quella seduzione/corruzione che ribolle fin dai titoli di testa e assale lo spettatore col sangue delle prime sequenze, sia la chiave più efficace, in tempi di trionfo neogotico e di diffusa sindrome di Peter Pan, per intercettare senso e sensibilità del pubblico giovane con un’opera d’arte: la fiaba (im)morale di Wilde, che come il suo protagonista pare resistere assai bene al trascorrere del tempo e che, quasi coeva del cinema (1890), in esso ritrova sempre nuova linfa. Gli accennati eccessi grandguignoleschi e le alluse licenziosità della carne, sempre moderate da una certa patina glamour, così come la bellezza pubblicitaria eppure inquietante del suo antieroe, danno a questa riscrittura – con personaggi aggiunti e finale inventato da far gridare d’orrore i custodi della fedeltà (altra sintonia con la forza provocatrice del testo) – un involucro davvero credibile e tutto sommato affascinante proprio nel suo essere lo spudorato maquillage di un classico che già in origine racconta di un trucco, un diabolico inganno estetico. C’è qualcosa, nella finta provocazione di questa pellicola che parla di passioni eppure è un po’ algida, che ricorda quello spot Campari di qualche tempo fa col ribaltamento finale dei sessi. Parker orchestra un abile gioco di seduzioni e svelamenti che trascina in una discesa agli inferi; la corruzione è innanzitutto quella dello sguardo, nostro prima che del regista il quale, con un trailer di quasi due ore, promette un abisso che giustamente non sa mai veramente toccare, poiché solo l’uomo superficiale – Wilde ci aveva avvertito e la televisione ha fatto il resto – reputa che possa esistere altro, una qualche profondità.
Matteo Columbo
