[ Diary of Dead – Le cronache dei morti viventi ]
La storia – Mentre stanno girando un horror, un gruppo di studenti e il loro professore apprendono che uno strano morbo permette ai morti di tornare in vita. Saliti su un camper tentano di sfuggire alla follia dilagante per le strade, dirigendosi verso un posto più sicuro.
Già alla base dei problemi teorici del giornalismo, l’antitesi tra commento e cronaca pervade interamente il quinto capitolo della saga zombesca di Romero. Ma Diary of the Dead – Le cronache dei morti viventi va ben oltre le dissertazioni accademiche tra esposizione di un’opinione o di una notizia. Grazie alla trovata di affidare la paternità dell’intero film ai due protagonisti, infatti, il regista approfondisce la riflessione centrale sulla neutralità dell’informazione, coinvolgendo anche la fase successiva del suo “confezionamento”. Come nel De Palma di Redacted, la favola dell’obiettività di cronaca continua a nascondere la prospetticità di ogni notizia, al punto che qualsiasi soluzione approntata – come l’imparzialità e la precisione invocate continuamente dal giornalismo di matrice anglosassone – accrescono il rumore di fondo che mette a tacere il fatto in sé. Com’è noto, infatti, ogni documentatore della realtà è un mistificatore nella misura in cui, pur cercando di tradurre fedelmente la verità, solo guardandola la trasfigura in un racconto inabile a restituirla così com’è stata. Conscio di un pericolo che oltre che pratico è soprattutto morale, Romero finge di estromettersi come autore, facendo coincidere completamente Diary of the Dead con The Dead of the Dead, cioè l’insieme delle immagini girate dal regista/operatore Jason, da altre videocamere e da circuiti di sorveglianza che Debra monta sul proprio laptop. Nell’esposizione dei temi che gli stanno a cuore è più che chiaro, orchestrando sequenze il cui solo esistere attribuisce – com’è del resto in tutti gli horror in soggettiva – caratteristiche aberranti a chi filma la morte indugiando sui particolari più raccapriccianti. Perché le videocamere, i telefonini o qualsiasi altra fonte di registrazione non fungono mai da protuberanze inscindibili del corpo dei protagonisti, ma da vere e proprie armi che una volta puntate uccidono come una qualsiasi pistola: è dunque l’utilizzo che ne fanno a rivelare l’interiorità dei personaggi. Solo la pervicacia di documentare lo stato d’assedio in cui si trovano assolverebbe i protagonisti dalle accuse che porta con sé la brutalità della visione, ma lungi dal farne dei martiri dell’informazione Romero li rende tutti colpevoli, creando una vertigine in cui il film stesso risulta l’abominio più estremo. Così, oscurando il proposito iniziale dello «spaventarvi per mostrarvi ciò che è stato», anche la più atroce delle catastrofi viene “redatta” con la voce off della stessa Debra, quale ulteriore filtro che sovrappone in un gioco di specchi carnefici e presunti innocenti. I nuovi morti viventi sono la metafora dell’individuo impossibilitato a distinguere vero e falso, credibile e incredibile, giusto e sbagliato, la proiezione di un omuncolo invischiato in un magma di immagini che vomitano l’una sull’altra il fantasma di un senso che non possono avere.
Marco Chiani
