[ Crazy Heart ]
La storia – Otis “Bad” Blake ha il country nel sangue. E anche parecchio whiskey. Il cammino verso l’autodistruzione, tra una bettola e l’altra a bordo di un’auto scassata, sembra già tracciato. Ma l’incontro con una giornalista alle prime armi lo costringerà ad affrontare i suoi demoni. E a fare di nuovo musica.
Una macchina percorre solitaria una strada nel deserto. Qualche secondo dopo, vediamo la stessa macchina e, nella direzione opposta, l’ordinario traffico urbano. L’esordio alla regia di Scott Cooper oscilla così fra le leggende sulla musica country, con i suoi eroi solitari armati di chitarra e bottiglia, i cappelli da cowboy e le strade polverose, e un rovescio della medaglia molto meno romantico: groupie troppo attempate, discografici succhiasangue, il finto country di idoli costruiti a tavolino. E riesce a catturare l’essenza ruvida e ribelle dei “bardi” del west, ma solo fino a un certo punto: fino a quando, cioè, a prevalere non è piuttosto una sceneggiatura troppo pulita, fin quando la crudezza di certe facce sfatte e invecchiate, e dei bidoni in cui Bad dà di stomaco durante il concerto non lasciano il posto a una rehab troppo repentina, fin quando, insomma, Hollywood non prevale sul “country”, quello vero.
Discutibile la scelta di non sottotitolare le canzoni, che sono un complemento imprescindibile della storia e vero specchio dell’anima dei personaggi.
Questo è un commento “a caldo”.
Chiara Grizzaffi
