[ Cado dalle nubi ]

La storia – Il pugliese Checco Za-lone lascia il paese per inseguire a Milano il sogno di diventare cantante.

In più di un’intervista Luca Medici (vero nome di Checco Zalone) racconta che ultimamente in molti gli domandavano perché non avesse anche fatto un film, visto il successo in televisione e a teatro. Il punto è proprio questo, e lo si ribadisce di nuovo. Un tempo cimentarsi con un film era vissuto come il momento culminante di una carriera nello spettacolo, quasi una sorta di certificazione di autentico successo, a coronamento di un cursus honorum molto articolato. Oggi, invece, è semplicemente un anello di una catena che prevede la compresenza su media e piattaforme differenti, non più in diacronia crescente, ma in molteplice sincronia. La perdita di centralità del cinema nel sistema mediale si riverbera anche su queste faccende, con il film allestito come ulteriore soglia d’accesso al personaggio, attraverso una costruzione fortemente contigua con la sua identità anteriore, nota, sedimentata. Nel caso di Zalone (e, in generale, dei cabarettisti di Zelig prestati al cinema, come Ale e Franz) il fenomeno è particolarmente evidente, persino nel mantenimento del suo alias televisivo quale protagonista della pellicola, rispettandone i segni di immediata riconoscibilità (l’eloquio sconclusionato, le canzoni storpiatissime) e limitandosi ad allestire una vicenda che offra il pretesto per le sue ballate deliranti. Curiosamente Cado dalle nubi sembra una versione aggiornata dei vecchi musicarelli anni Sessanta, dei quali riprende gli ingredienti fondamentali (la storia d’amore tormentata, la piccola folla dei comprimari, il lieto fine), anche se muta di segno l’elemento centrale: l’esibizione canora, non più momento di accensione melodrammatica oppure di sfrenamento pop, diventa gag comica. Quel che a Zalone non si consente è l’eversione della struttura narrativa che lo ospita; gli si permette di erodere soltanto frasi e parole in dialoghi e monologhi, trascurando il fatto che il comico – come il suo singolo sketch – non conferma la fluidità narrativa ma la interrompe, la sabota, la sconquassa. Il regista e sceneggiatore Gennaro Nunziante, invece, lo chiude in una cornice che mira a integrarlo compiutamente, dopo averlo presentato come elemento perturbatore (il meridionale al Nord, alle prese con gay, leghisti, ritmi frenetici). E il giullare diventa improbabilmente Principe Az-zurro, con tanto di matrimonio fi-nale, limitando a graziosi buffetti tutte le occasioni di buffoneria più graffiante (la satira del talent show, ma anche le congreghe leghiste del profondo Nord). Insomma, pur riconoscendogli una piacevolezza che molti prodotti similari non hanno, Cado dalle nubi continua a essere più (fiction) Tv che cinema; e difatti produce Tao-due, come a dire l’anima fiction di Mediaset, che qui trasborda i soliti noti del prime time (la simpatica Michelini, e pure Troiano e Abbrescia, attori di cinema ormai stabilmente nell’area delle serie della factory). Non c’è nulla di male, chiaramente, anche se si prova un po’ di nostalgia per un cinema medio di consumo che sappia pescare volti e situazioni un po’ più in là del telecomando.

Rocco Moccagatta

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