[ Brothers ]
La storia – Quando il Capitano Sam Cahill viene dato per morto durante una missione in Afghanistan, suo fratello Tommy – pecora nera della famiglia – si prende cura della moglie e delle figlie. L’improvvisa ricomparsa di Sam farà esplodere la gelosia e porterà alla luce gli effetti dei traumi subiti in guerra.
Una fede nuziale che si sfila facilmente dal dito (quando prima era necessario aggiungere del sapone per toglierla) e un breve scritto concepito da Sam come commiato postumo (ma di fatto letto dalla moglie Grace dopo il suo inaspettato rimpatrio): l’unione tra i due sta scivolando in un abisso e il cambiamento di personalità sancisce una morte interiore, un ri-baltamento di identità che rende l’uomo irriconoscibile agli occhi della famiglia. Ricalcando Non de-siderare la donna d’altri di Susan-ne Bier (2004), anche il remake di Sheridan indaga il dramma del re-duce, il ritorno alla normalità, l’ir-rompere della rabbia nel quotidiano e l’angoscia che scava fino a far risalire il rigurgito di quella paranoia assorbita durante il conflitto. La follia non è estrema conseguenza di un attaccamento ai propri averi come nel precedente Il campo (1990), in cui la durezza di un contadino – che ha trovato nella terra un luogo di identificazione nonostante i dolori dell’esistenza – sfocia nel completo an-nullamento di sé. In Brothers, al di là della casa che ospita l’“estraneo” Tommy, non esistono possedimenti da difendere o beni sui quali proietta-re le chiusure familiari. Il tormento non nasce solo da ciò che si ha – o si è perso – e dagli errori commessi, ma da quello che si è diventati dopo aver compiuto atti tremendi. La punizione inflitta dalla guer-ra è il cambiamento irreversibile della propria natura che obbliga a una lacerante ricerca del perdono. Nell’adozione di un tale punto di vista e nel ruolo assegnato all’indicibile (lo shock che non può essere confessato), Brothers riprende la prospettiva sugli orrori bellici mostrata da Tanovic in Triage e confermata dal rimando alla medesima citazione («Solo i morti hanno visto la fine della guerra»). In entrambe le pel-licole, infatti, viene ripreso il mo-tivo della necessità di una scelta (uccidere sé stessi o il compagno), la coesistenza di mondi paralleli (la sfera degli affetti privati da una parte, le nefandezze della realtà bellica dall’altra) e, in conclusione, lo strazio del senso di colpa. Se In America – Il sogno che non c’era (2002) raffigura un Paese che non conserva più nulla del mito originario, svuotato dell’idea di meta dove rifugiarsi e quindi sganciato dall’ideale che ha contribuito a co-struire (in sostanza, un posto che ha tradito le promesse), qui si è già passati alla fase successiva. Ancora una volta a essere descritta è un’America sull’orlo del suicidio (Sam è costretto a massacrare un commilitone durante la prigionia), impantanata in un conflitto che, ineliminabile, entra nello spazio domestico e si traduce in dissidio interno. Una lotta fratricida che si sposta su un fronte più sottile, coinvolgendo i due fratelli e capovolgendo le polarità caratteriali (Sam fa esplodere le ossessioni e viene rifiutato, Tommy riconquista la fiducia, si riconcilia col passato e riesce a emanciparsi dalla competizione). Riducendo-si infine ad amara presa di co-scienza di una metamorfosi profonda che impedisce il ritorno alla vita.
Ivan Moliterni
