[ Ben X ]
La storia – Affetto da sindrome di Asperger, il giovane Ben eccelle nel micromondo virtuale di ArchLord (celebre MMORPG, Massively Multiplayer Online Role-Playing Game). Nel mondo reale, invece, subisce le angherie dei compagni che, sfruttando la sua condizione, lo fanno oggetto di quotidiana violenza.
In Ben X l’universo composito, involuto e ipersensibile di Ben – dove il presente si confronta con il passato, la realtà si confonde con l’immaginazione, mentre il virtuale si sovrappone al reale, ottundendone le coordinate o illuminan-done gli snodi – si alterna ai modi del mockumentary, in cui figure secondarie descrivono aspetti della vicenda, verbalizzandone le problematicità e costruendo nel pubblico le premesse per fidarsi di quanto crederà di vedere. Così se il ricorso alla voce fuori campo in prima persona garantisce l’empatia con il protagonista – acuita dall’aderenza della messa in scena al mondo interiore di Ben e dal condiviso fastidio per i luoghi comuni a cui è ridotta la sua condizione («Dicono che non sono diverso, che sono speciale») – allo stesso tempo però Balthazar ge-stisce il sapere dello spettatore con l’intento di privarlo di segni e indizi che gli permettano di intuire il capovolgimento finale, incanalando all’opposto, forzatamente, le aspettative verso quanto l’ultimo colpo di scena smentirà (smentendo anche la vera storia a cui si ispira). Si tratta di espedienti semplicistici per far sì che il pubblico sperimenti l’indignazione a comando garantita dal filtro dei media. «Perché le cose cambino qualcuno deve morire»: la soglia del visibile è dettata dal newsmaking, la percezione dei problemi reali è sottomessa ai criteri della notiziabilità. In Ben X si dispiega dunque un armamentario retorico che nei suoi modi implica il target a cui si riferisce: cinema civile a tesi, incentrato su un tema costantemente d’attualità (il bullismo), diretto a spettatori adolescenti. Ingredienti principali: accento su frasi didascaliche che cristallizzano in slogan il buon senso; manicheismo radicale, nella consapevolezza che in storie come questa ci sono i buoni e i cattivi, senza troppe sfumature; posizioni etiche fatte immagini su ansia testimoniale da epoca YouTube, forza manipolatoria dei media, discrepanza tra volti e avatars, constatazione della sottile linea che separa l’alienazione dal potenziale taumaturgico e relazionale della Rete. Trasposizione di Nothing Was All He Said, romanzo dello stesso regista già messo in scena a teatro, Ben X ha raccolto premi ovunque, da Istanbul a Montréal.
Giulio Sangiorgio
