[ A serious man ]
La storia – Midwest, anni Sessanta. Larry Gopnik è uno stimato membro della comunità ebraica: sposato e padre di due figli, è in procinto di ricevere una cattedra di ruolo nell’istituto dove insegna. D’improvviso, però, la sua vita va in pezzi: la moglie chiede il divorzio, i vicini attentano alla sua proprietà, uno studente cerca di corromperlo e poi minaccia di denunciarlo, la commissione incaricata di decidere della sua nomina riceve lettere che lo infamano. Larry si ritrova a vivere in motel assieme all’asociale fratello Arthur, e comincia a consultare dei rabbini per trovare una spiegazione ai suoi problemi.
Uno degli aggettivi più ricorrenti nell’affrontare l’ultimo lavoro dei Coen è “difficile”. Difficile da decifrare, difficile da accettare. Certo, l’ambientazione interna a una comunità ebraica della provincia americana degli anni Sessanta può non risultare familiare per lo spettatore medio, e tanti dei riferimenti alla tradizione yiddish andare perduti; le domande sono molte più delle risposte, e affrontano argomenti impegnativi come caso, destino, libero arbitrio, esistenza del Male, relazione tra colpa e punizione; l’arguzia e la ferocia tipiche della scrittura dei due autori sono al loro meglio, così da incaricare ogni dialogo e situazione di suggerire ben al di là di ciò che si limitano a mostrare; anche la scelta di affidarsi a un cast di sconosciuti, soprattutto se paragonato a quello all stars del loro titolo precedente, sembra quasi avvalorare la necessità di concentrarsi in maniera ancor più maniacale sul discorso da svolgere (sebbene anche in Burn After Reading – A prova di spia quest’ultimo risultasse di rara efficacia e precisione), svincolandolo da qualsiasi forma di compiacimento delle logiche commerciali e divistiche. Eppure non vi è nulla di cerebrale, di lontano nel modo in cui i Coen proseguono nella loro descrizione dell’assurdo, di quell’insensatezza che trapela da ogni scambio verbale, la cui origine non è più rintracciata solo nella stupidità degli uomini, ma in quella del disegno stesso della Creazione. La riflessione – e la disperazione – si fa così universale, chiamando in causa l’assoluto senza mai farne però una questione di fede. Lo sforzo del professore di fisica Larry Gopnik di derivare una spiegazione razionale al crollo della sua vita rimane vana, ma non per questo la risposta si trova nella parola di Dio (i colloqui sommamente insoddisfacenti coi due pri-mi rabbini, il rifiuto del terzo di ricevere il protagonista; la predica del sapiente Marshak a Danny contenuta in un pezzo dei Jefferson Airplane…). Se la ragione si scopre impotente, la fede si conferma inappagante e neppure il senso di appartenenza alla comunità sopperisce al disastro (anzi si rivela infondato di fronte alle malefatte della stessa: l’egoismo dei familiari, l’ostilità gratuita dei vicini, le accuse sul luogo di lavoro, l’ipocrisia e l’avidità dell’amante della moglie), allora – dopo essere andati via di casa – non resta che la tentazione di uscire dal reale. Il consumo di marijuana da parte di Larry sul divano della vicina e del figlio Danny prima del suo bar mitzvah – con relativi stati allucinatori – o il tormentone dell’antenna da sistemare per poter vedere il telefilm sono un indizio, ma la questione è più strutturale. È il discorso dei Coen a farsi più episodico, aneddotico, scegliendo di spiegarsi attraverso digressioni genialmente intersecate con la linea principale del racconto. Se la storia dei denti del non ebreo riprende l’andamento da parabola priva di morale e slegata dal resto del prologo yiddish, gli incubi (tre, come i rabbini) di Larry rielaborano elementi presentati in precedenza, rivisitandoli o fornendo loro un possibile quanto immaginario sviluppo. Nonostante il confine tra sogno e realtà sia sempre ristabilito a posteriori, la plausibilità delle situazioni fittizie (appena sfiorate dall’iperbole, come nel caso della gigantesca lavagna interamente coperta dalla formula del principio di indeterminazione di Heisenberg) dà vero e falso come interscambiabili: d’altronde se Hegel sostiene che «ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale», nel momento in cui la ragione si trova incapace di risalire a una risposta ai suoi continui quesiti, a un significato (immanente o su-periore) che giustifichi l’abisso, il reale si scopre irrazionale così come l’irreale può apparire del tutto logico. Nessuna formula è più in grado di dare ordine all’esistente e l’indeterminazione si radicalizza nella più cupa imperscrutabilità. Così, in modo non dissimile dal succedersi dell’esecuzione della vedova e dell’incidente automobilistico nel sottofinale di Non è un paese per vecchi, non sapremo mai se vi sia un nesso diretto tra l’accettazione del denaro e il cambio del voto dello studente da parte di Larry e la telefonata che lo informa di un tumore in arrivo. E l’uragano in avvicinamento si prepara a spazzare via le stupide congetture degli uomini sulle coincidenze della vita, l’inconoscibilità del divino e le conseguenze delle proprie azioni.
Marco Toscano
