[ Whiteout – Incubo bianco ]

La storia – In Antartide, con il buio inverno alle porte, lo sceriffo Carrie Stetko è chiamata a indagare su un omicidio.

Tratto dall’omonima, celebre graphic novel di Greg Rucka (qui produttore esecutivo) e Steve Lieber, Whiteout – Incubo bianco affoga le potenzialità del materiale di partenza nel trito cinematografico, senza remora alcuna. Nessuna ansia filologica, nessun timore reverenziale nei confronti del testo originario, nessun vago accenno a una rielaborazione critica. Nel rapporto di vampirizzazione del mondo dei fumetti da parte di un cinema mainstream sempre più stanco, il film di Sena sdogana la banalizzazione.
C’è una comunità tranquilla, dove il difensore della legge, in procinto di abbandonare il proprio ruolo, tenta di dissolvere i propri fantasmi, come in un western d’altri tempi. E c’è il fascino sublime del deserto (di ghiaccio), la vastità terrorizzante dei suoi spazi: l’ambientazione assume un ruolo centrale, coniuga il finito della comunità all’infinito in cui è localizzata, la trama si adatta imbastendo una detective story dal campo ristretto, quasi un whodunit dissimulato, immerso in un’immensità a cui basta poco per trasformarsi in puro, arcaico orrore. A sostenere il thrilling lo spettro del whiteout, la devastante condizione atmosferica prossima a venire, innesco perfetto del topos “corsa contro il tempo”. Tutti presupposti annichiliti da una scrittura filmica totalmente disinteressata all’approfondimento dei personaggi, tipi monodimensionali e fugaci comparse che annientano nella loro pochezza qualsivoglia emozione di fronte alle distratte aperture slasher, qualsiasi possibile tensione narrativa nelle relazioni tra gli individui, negando ogni traccia di pathos all’indagine. Non vi è nulla che riequilibri il non raggiunto minimo sindacale di spessore di queste misere figure (deficitarie per inadeguatezza al contesto narrativo, non stilizzate): non un’accentuata propensione al versante action, non una spinta in direzione di una qualche radicalizzazione dinamica o formale che salvi il film dal vuoto pneumatico in cui inesorabilmente soffoca. Flashback a delineare le colpe da espiare, agnizione con colpevole che sciorina traumi e malriposte intenzioni, snervanti momenti esplicativi, conciliatoria e rinnovata fiducia nei confronti dell’istituzione a chiudere: al netto della banalità rimangono i coreograficamente goffi e confusi scontri nella neve e una gamma di crudezze non troppo frequenti in opere del genere, su tutte la menomazione fisica subita dall’eroina, evento raro. Kate Beckinsale è sinonimo assodato di miscasting.

Giulio Sangiorgio

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