[ Sogno il mondo il venerdì ]
La storia – In una Milano grigia anche d’estate si incrociano i destini di due giovani arabi, di un uomo ricattato dai debiti, di una transessuale innamorata, di una donna alcolizzata e di un ragazzo che vorrebbe solo vivere senza troppi pensieri.
Presentato nella sezione “Cineasti del presente” dell’ultimo Festival di Locarno (dimora per eccellenza del cinema indipendente e di ricerca), Sogno il mondo il venerdì è un’opera imperfetta e originale. Nella periferia di una Milano afosa e livida più che mai, una decina di personaggi sembrano vivere come in apnea per resistere alla miseria e all’indifferenza metropolitana. Ma il peso della solitudine è così incontenibile che improvvisamente i protagonisti iniziano a cantare (con lo sguardo dritto in camera e in inglese!) il proprio male di vivere. La pellicola sociologica si trasforma allora in musical e l’effetto è più che mai straniante. In un film dal ritmo serratissimo (i personaggi sono quasi sempre in movimento, litigano, urlano, giurano e cercano amore), la musica rappresenta l’unica via di fuga: gli individui combattono il vuoto pneumatico della quotidianità cantando in una lingua straniera, incuranti della pronuncia imperfetta e del signi-ficato delle parole. Come nelle arie operistiche, la musica è il momento della stasi, della riflessione, del commento alle proprie azioni, della confessione catartica dei propri stati d’animo.
Ma Sogno il mondo il venerdì non è un musical in senso stretto. È un film che mescola i generi e i canoni di narrazione, dal thriller poliziesco alla commedia amara, passando per il documentario. È soprattutto un racconto sulla Milano di oggi. Una Milano marginale, poco nota, con i suoi debiti di gioco, le rapine improvvisate, i per-messi di soggiorno, i suoi trans maltrattati, gli omosessuali e arabi discriminati. Una Milano che ricorda altre produzioni indipendenti (da Fame chimica a Come l’ombra), ma ancora più deserta, cattiva, arida. Una città multirazziale ripresa da una fotografia che ingrigisce le atmosfere, gli animi e i colori dei personaggi. E allora, come dice il bel titolo, si aspetta, si sogna il venerdì per poter scappare dalla soffocante atmosfera che si è costretti a vivere. Ma per alcuni il venerdì non arriva mai…
Quello di Marrazzo è un prodotto a basso budget, al di fuori delle logiche commerciali, in cui le intenzioni appaiono chiare ma il meccanismo di narrazione corale è spesso faticoso e gli attori non tutti all’altezza. La proliferazione dei personaggi è eccessiva: c’è un moltiplicarsi di storie secondarie con un conseguente abuso di canzoni che poco aggiungono e molto diluiscono. Comunque un’operazione sperimentale, laddove la sperimentazione – come dice lo stesso regista – «è la vera chiave di libertà perché produce nuove cose e naturalmente bisogna anche accettare che questo modo porta in sé come conditio sine qua non l’errore».
Valentina Torlaschi
