[ Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo ]

La storia – In cambio dell’amore, Parnassus promette di cedere la propria figlia al diavolo. Valentina sta per compiere 16 anni e il momento della separazione si sta avvicinando, quando Tony entra nella loro vita…

Non è questo il film con cui si riconcilierà chi non digerisce Gilliam e in particolare Le avventure del Barone di Munchausen, la prima, malefica scommessa che il diavolo cinematografico dei grandi numeri e dei poderosi apparati aveva lanciato al regista che voleva ingannare i manager hollywoodiani e che, come Parnassus, ha dovuto difendere la propria creatura dalle mani rapaci che avrebbero voluto portargliela via. Mani che poi ci ripensano sempre, perché non è tanto il gusto di vincere quanto il brivido della scommessa: dove sarà trascinato Parnassus dalla vanità e dal coraggio del proprio talento? In vent’anni Gilliam ha provato vari impasti: ha diretto pellicole tratte da romanzi o da soggetti non suoi, ha trasformato qualche star scontata in personaggi imprevedibili, ha mitigato i sospetti verso gli effetti digitali, ha sfogato il proprio pessimismo cosmico e ha voltato la tragedia in commedia. E ha continuato a raccontare una storia anche se il diavolo cercava di persuaderlo a usare i propri poteri in un altro modo. Il cammino è stato spesso impervio, ma Parnassus alla fine tiene insieme l’imponenza con la ditta artigianale a conduzione familiare (la casa di produzione Poo Poo Pictures, il laboratorio di effetti speciali Peerless Camera, la figlia Holly alla produzione, il figlio Harry nel dipartimento di grafica, Charles McKeown alla sceneggiatura – mancano solo, per motivi contingenti, Michael Kamen e George Harrison, ma «la morte non è per sempre»), rendendo il lussureggiante apparato visivo funzionale alla storia, mai scontato, mai gelido. Mi ha sempre colpito il fatto che Gilliam preferisca essere chiamato artigiano invece che artista, un desiderio che spesso esprimono gli animatori. E chi nasce animatore lo resta per tutta la vita, anche quando dirige dal vero. Il linguaggio visivo è innato, i disegni sono più chiari delle parole e i materiali (la carta, il legno, la stoffa ma anche la tavoletta grafica e gli attori) sono fatti per essere lavorati e trasformati. Per l’artista prima viene l’elaborazione teorica e poi la pratica, per l’arti-giano vale più l’esperienza. La linea evolutiva in cui si colloca Gilliam è quella di Méliès, degli animatori che arrivano prima dei Lumière ma vengono spazzati via dall’industria, del potere dell’immaginazione. Questo non vuol dire che non ci sia legame con il mondo reale: polizia manesca, squali caritatevoli, un doppiogiochista che si chiama Tony e l’eterno contrapporsi di chi vuole governare il mondo con la paura e chi vorrebbe che il mondo si governasse da sé. E poi: il paradosso di un cinema che recupera il meraviglioso della messa in scena teatrale; il rimpianto per la persona e il talento di Ledger (gli amici impallidiscono al confronto); il viso non omologato di Lily Cole, l’insinuante Waits, la presenza di Plummer e molto altro ancora che parole e analisi non riescono a contenere. Ma il bello e il terribile dei film di Gilliam è proprio questo.

Anna Antonini

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