[ Orphan ]

La storia – In seguito a una gravidanza sfortunata, Kate e John Coleman decidono di adottare un’altra bambina per colmare il vuoto affettivo. È così che la piccola orfana Esther si trova ad avere dei genitori e due fratelli, Max e Daniel. Presto però la nuova arrivata comincia a mostrare strani comportamenti che destabilizzano gli equilibri familiari.

Già la locandina, un inquietante primo piano della piccola protagonista, svela Orphan quale film appartenente al sottogenere che analizza la cosiddetta “innocenza del diavolo”. Da Il giglio nero (1956) fino a Joshua (2007), l’horror ha familiarizzato con intere scolaresche di bimbi dalla faccia d’angelo e dall’anima nera, piccoli e spietati assassini che manipolano, stravolgono e distruggono la vita dei grandi. Nonostante le varie declinazioni, l’assetto si è spesso conservato intatto: un minore compie molteplici nefandezze incolpando dei propri crimini chi lo ha accolto, fino alla rivelazione finale. Il presagio (1976), titolo che ha stigmatizzato la formula in virtù del grande successo commerciale, è in realtà l’unico a tradirla (Damien rimane impunito, è pur sempre il figlio del diavolo); per il resto gli snodi narrativi si sciolgono e i buoni escono dall’incubo. Così accade anche in Orphan, con una felice ma precaria differenza. Gli autori dello script, invece di puntare ancora sulla prospettiva del male nascosto in un corpo di bambino, concepiscono un’alternativa che ad andare per il sottile estrometterebbe la pellicola finanche dal genere cui automaticamente la si associa. Esther non solo non è la bambina che i genitori inizialmente credono (diversamente dallo spettatore, che ne segue i soprusi e i tremendi crimini sin dall’inizio), ma nasconde un segreto legato al corpo che è il vero colpo di scena alla luce del quale si può rileggere la vicenda sotto un punto di vista inaspettato e quantomai sinistro. Dai risvolti realmente inquietanti, a tratti Orphan è la storia di quella malattia chiamata invidia, una tela di ragno costituita dai fili del desiderio frustrato della normalità, dall’incapacità di accettarsi e dalla forza liberatoria del male come unica via per rovesciare un sistema che non ci include. Ma la forma precotta di cui prima, con scene e situazioni più che riviste, rende la pellicola mai veramente tesa e pregna dei significati ai quali solo casualmente e in poche – seppur riuscite – sequenze accenna. Jaume Collet-Serra dirige con sveltezza e competenza, tuttavia non riesce a estendere l’idea fino a renderla struttura drammaturgica, facendo di un film che avrebbe potuto essere ben altro l’ennesimo racconto incentrato su una famiglia messa in pericolo dal più insospettabile dei criminali, una bambina. Né più né meno di quello che emerge dai manifesti pubblicitari.

Marco Chiani

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