[ Marpiccolo ]

La storia – Tiziano vive a Taranto, in un quartiere popolare dove è più facile spacciare per il boss locale Tonio che andare a scuola. Il padre, ex operaio, vive ormai fuori di casa, la madre cerca di resistere come può, la sorellina va a scuola. E poi c’è Stella, la sua ragazza, che lo vorrebbe lontano da quella vita.

Tracce di disperazione dal Sud del cinema italiano: nella Taranto del dissesto finanziario da 630 milioni di euro e dell’acciaieria che produce diossina per tutta l’Europa, Alessandro di Robilant trova questo dramma della difficile sopravvivenza giovanile tra delusioni di vita e lusinghe della malavita. Lo spunto di Marpiccolo viene da un romanzo di Andrea Cotti (Stupido) veicolato da Rai Cinema e la sceneggiatura, firmata da Cotti con Leonardo Fasoli, giunge con la semplice forza di un realismo di borgata che quotidianizza il tema della sopravvivenza nelle frange disagiate della società.
Il dramma funziona quasi a canovaccio sulla vita bruciata di un ragazzo di quartiere che inforca la sua moto e sfreccia tra il violento boss locale per cui spaccia e le aspettative tradite di una famiglia allo sbando. Il punto di fuga potrebbe essere la scuola, con la professoressa fiduciosa che gli fa leggere Cuore di tenebra, ma il ragazzo ha buon gioco nel dirle che lui cerca la luce, visto che l’ombra la conosce bene. E allora la svolta può essere l’amore, non prima che un colpo di testa lo metta nelle condizioni di scoprire il peggio.
Marpiccolo è un’opera onesta negli intenti e nei risultati, che ha il pregio di saper stare con rispetto nello scenario che racconta, senza cercare scuse né scorciatoie nell’indicare le mancanze della società civile come quelle degli individui privati. La portante didascalica che riecheggia quasi sempre nelle situazioni e nei dialoghi può infastidire l’orecchio raffinato, ma di sicuro è mimeticamente nelle corde di quella gente di cui il regista racconta in apprezzabile flagranza. Marpiccolo ha infatti il merito di essere nato a contatto con la città che l’ha ospitato, utilizzando figure artistiche del posto e spesso anche il dialetto cittadino.
Certo, un film come Il giudice ragazzino aveva una solidità che qui manca, per demerito di una sceneggiatura un po’ vaga e approssimativa. Ne soffrono soprattutto gli interpreti (in particolare i non professionisti come Giulio Beranek o Selenia Orzella, entrambi tarantini) che, quando non attingono a vissuti e guizzi personali, faticano a trovare il tono giusto pur nell’ambito di prestazioni che hanno il merito della spontaneità.

Massimo Causo

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