[ Le ombre rosse ]
La storia – Un noto intellettuale è invitato a conoscere l’operato di un centro sociale. La visita lo colpisce tanto da fargli sostenere la necessità di ricostruire le Case della Cultura quale modello di una socialità basata su un ideale unitario e progressista. Le sue affermazioni sollecitano l’intervento di un architetto “di sinistra” e di politici europei, ma i più perplessi sembrano proprio i giovani del centro, che si dividono nel momento in cui i progetti sembrano realizzabili e il denaro minaccia di portare con sé l’ombra del potere.
Il tentativo di Citto Maselli è quello di riesumare in un “film ombra” la memoria storica del cinema e della tensione ideale, protagonisti di ben altre stagioni politiche e ci-nematografiche. Il docu-film si irrigidisce nello schema a tesi, dove didascalica è l’enfasi, programmatico il tono, ridondante la descrizione degli ambienti dei centri sociali, luoghi-eco di una socialità vista come in preda alla disaffezione e alla disgregazione. Varrà la pena sottolineare come un cinema-riflessione sul presente storico e sul recente passato sia sentito dal regista come urgente, al di là degli esiti espressivi di un’opera che si imballa in una ricostruzione imbiancata, lontana dalla radicalità di scrittura che sarebbe auspicabile per un testo dalle pretese di verosimiglianza. Maselli sceglie qui la via del deragliamento, della parata allegorica, per aggredire un mondo di maschere anziché di individui mossi dall’idealismo. L’avvio è perlomeno contestuale a una scena contraddistinta dalla dominante televisiva di una cultura dell’apparire, dal protagonismo di una politica la cui prospettiva di affermazione sembra concentrarsi quasi unicamente in una tribuna del consenso giocata al suono di scorribande mediatiche, tesa a rinnegare gli spazi originari di una contestazione dell’esistente sempre indispensabile sebbene incline al qualunquismo imperante. Anche il film, in odore di denuncia, manca della radicalità di un tempo. L’idealizzazione dell’universo dei centri sociali, così accentuata, è il lascito di una cultura che rinnova i suoi echi di umana partecipazione nei riguardi di ambiti in cui è in gioco la liberazione dall’oppressione e dal perbenismo. La narrazione con cui sono ritratti i giovani rimbalza nella definizione dei mestieranti della politica, riflessi neanche troppo celati di figure dell’attualità. Affiora altisonante l’eloquenza di un ambiente pseudointellettuale che Maselli aveva saputo cogliere nell’urgenza dei tempi in Lettera aperta a un giornale della sera, mentre oggi, privo della tensione e della lucidità del distacco, risuona artificioso, come se lo stesso autore si sentisse ormai lontano da ciò di cui vorrebbe raccontarci l’omologazione, ma il cui contraltare – un mondo politico di sinistra che somiglia a una sorta di Eden laico – è un teatrino irreale e retorico, senza brutture, con fanciulle bellissime e ragazzi perbene. I caratteri stereotipi popolano una visita guidata in un microcosmo in cui dovrebbe essere inquietante riconoscersi. Ma il gioco funziona soprattutto nelle intenzioni, o nell’ambiguità di un personaggio come quello dell’architetto che riesce a comunicare un’attitudine alla benevolenza tesa a nascondere l’arroganza e il profondo disinteresse dei nuovi uomini di cultura per le giovani strutture sociali di aggregazione.
Roberto Lasagna
