[ Le mie grosse grasse vacanze greche ]

La storia – Una guida turistica accompagna una comitiva di americani tra le rovine dell’antica Grecia, chiedendo agli oracoli una soluzione per risollevare la propria vita. Troverà dei veri amici e anche l’amore.

Un frullato di banali cliché culturali dal sapore preconfezionato, con una spolverata di sensismo neo-epicureo e un tocco di sdolcinato romanticismo: è questa la ricetta con cui è stata sfornata la commedia Le mie grosse grasse vacanze greche che, grazie all’intuizione degli strateghi del marketing italiano, tenta di ripetere il successo di Il mio grosso grasso matrimonio greco semplicemente ricalcandone la formula del titolo. In realtà quello originale, My Life in Ruins, rimane più evocativo perché capace di giocare su un doppio livello: il richiamo alle rovine archeologiche dell’antica Grecia, tracce visibili di un glorioso passato che sembra naufragato nella superficialità della cultura media contemporanea, è affiancato dal tentativo di tracciare un trait d’union tra l’ambiente e il destino della protagonista. Georgia, che nel suo fallimentare e frustrante lavoro di guida turistica cerca di risvegliare la curiosità intellettuale di orde di svogliati stranieri interessati solo ai souvenir, è una sopravvissuta tra le macerie di se stessa. Quali soluzioni potrà trovare per restaurare la propria vita in rovina, se non tuffarsi in un’inaspettata storia d’amore?
La riproducibilità dei contenuti, il riciclaggio di forme espressive, l’abuso di triti stereotipi sociali: sono questi i fattori in grado di scatenare la «decadenza dell’aura» di film pensati per far divertire, ma che sembrano alimentare una visione superficiale del mondo? Se una sceneggiatura segue solitamente le tappe del «viaggio dell’eroe», in questo caso si tratta di un viaggio organizzato dove tutto è già visto: nessuna possibilità di scoperta, di ricerca personale, di confronto con altro da sé. Il mondo è guardato dai finestrini di un bus turistico, in cui le visioni sono imposte e guidate. La logica della “vacanza tutto incluso”, fondata sull’illusione che la cultura e le emozioni si possano comprare senza farne esperienza diretta, rappresenta in fondo la negazione stessa del viaggio. Nella confusa proliferazione di feticci senza valore e immagini replicate all’infinito, cosa può importare al cleptomane turista di scoprire se davvero le cose si sono inghiottite il loro specchio? Davanti alla meraviglia del Partenone, un’anziana esclama: «È uguale identico alle foto!». Il processo di significazione si avvita su se stesso, capovolgendo i rapporti classici tra un referente e la sua rappresentazione: il modello di riferimento, la realtà prima è diventata l’immagine, spesso immessa nel circuito del reale senza alcuna coscienza critica del suo senso, o della sua incapacità di produrne.

Stefano Borgo

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