[ La battaglia dei tre regni ]
La storia – 208 d.C. Il Primo ministro Cao Cao, avido di potere e nuove conquiste, impone all’Imperatore una guerra contro i regni del Sud. Nonostante la soverchiante superiorità numerica e di mezzi dell’esercito imperiale, l’esito del conflitto non è però così scontato.
L’arte della guerra secondo John Woo. Il maestro dell’action movie made in Hong Kong, dopo essere emigrato a Hollywood con esiti ora all’altezza ma più spesso deludenti, torna verso Oriente con un kolossal di guerra che utilizza il registro dell’epica per evocare, in un sapido mescolamento di storia, romanzo e mito, uno degli episodi fondanti dell’antico Impero cinese, lo scontro fra regni che culmina nella leggendaria battaglia delle scogliere rosse. Non si tratta di una ritirata ma, per dispiego di mezzi (produttivi e creativi) e risultato d’insieme, di un grande ritorno. Come un condottiero di guerra, secondo metafora della regia un po’ stanca ma qui pertinente, il pirotecnico Woo allarga in maniera ambiziosa il suo campo visivo, dimostrandosi capace di dare vivida concretezza a eserciti sterminati, alternando il dettaglio della battaglia all’immane presenza delle formazioni di uomini e navi, immerse in paesaggi sterminati di pittorica suggestione, con qualche discreto ausilio digitale. Se sono ancora i personaggi (gli eroi) a tessere la struttura emotiva della trama, l’autore è abilissimo nel raccontare in campo lungo tattiche e strategie belliche, movimenti e sorprese dei gruppi, attese e impatti, la potenza elementare delle masse, sintesi antropomorfa e quasi astratta di quegli elementi originari (aria, acqua, terra e fuo-co) che paiono costituire l’es-senza fisica, eppure metafisica, del cinema di Woo. Contro la forza bruta, l’energia distruttrice, la magnitudine che schiaccia col suo peso, ecco che non a caso hanno allora la meglio le armi “leggere” della visione: dall’accecamento operato con la gibigiana degli scudi all’occultamento/mascheramento consentito quasi per magia dalla nebbia, dal volo della colomba che penetra il fronte nemico alla sottile conoscenza della natura, che permette di (pre)vedere i capricci mutevoli del vento e sfruttare i repentini cambiamenti della meteorologia per dar fuoco, letteralmente, alle polveri. E al tempo atmosferico fa da perfetto complemento la padronanza di quello cronologico, quell’arte dell’attesa (richiamata dalla cerimonia del tè, incarnata dalla forza paziente e coraggiosa delle figure femminili) che sa cogliere il kairos, il tempo debito, per sferrare l’attacco decisivo, quel prezioso ritardo che punisce inesorabilmente chi non sa aspettare (peccato che, succube dell’impazienza nostrana, la versione occidentale abbia violentemente decurtato la pellicola, in originale divisa in due parti per un totale di quasi cinque ore). Così Woo sa alternare la frenesia coreografica della battaglia con i tempi posati della preparazione e dell’osservazione. Non si fa fagocitare dalla maniera e compone un affresco che soddisferà i suoi fan, senza scontentare un occhio più tradizionalista. Memore della lezione del cinema di genere dal quale proviene, in questo caso Woo mette un po’ meno ironia e compiacimento che in prove passate, consapevole che talvolta formazioni di battaglia apparentemente antiche (la testuggine, ad esempio) possono rivelarsi tutt’altro che sorpassate.
Matteo Columbo
