[ Gli abbracci spezzati ]
La storia – Harry Caine è uno sceneggiatore cieco che vive in una sorta di ritiro monastico. Quattordici anni prima in un incidente stradale ha perso la vista e la donna della sua vita, l’attrice Lena. Lei aveva appena lasciato il suo capo e amante, Ernesto, per vivere il suo amore con Mateo (vero nome di Harry prima della cecità e dell’isolamento), che stava dirigendo un film di cui lei era protagonista…
Oltre al triangolo sentimentale, all’amour fou, ai tradimenti, alle passioni, ai figli ribelli e ai genitori anaffettivi, in Gli abbracci spezzati ci sono mille altre svolte che rendono continuamente spezzata – come il titolo programmaticamente suggerisce – la fluidità drammaturgica. I dualismi abbondano (in piena coerenza con un tipico schema almodóvariano): amore/morte, vista/cecità, passione/vendetta, uomo/donna, presente/passato. Persino il protagonista ha due nomi a scandire le diverse fasi della sua vita e le differenti funzioni che ricopre nell’opera; la fotografia le accompagna passando dal colore sa-turo della memoria a un presente di velate sfumature di ocra e marrone. Gli abbracci spezzati è anche un film sul cinema in cui però Almodóvar, più che ragionare sul concetto di messa in scena e sul significato del riprendere come strumento di osservazione e interpretazione, si lascia andare a un gusto languido per il ricordo e la citazione. La pellicola del resto ha una struttura che presuppone la nostalgia come fonte primaria di ispirazione. Il presente di Harry/Mateo è incentrato sul ricordo e la narrazione vera e propria si accende solo quando racconta al figlio convalescente di un’amica la storia della sua vita portandoci su un diverso piano temporale. È nel passato che il cinema si fa e la vita riconquista i colori. L’oggi è fatto di rimpianti, rivendicazioni e amarezze in contrasto con la materia viva delle passioni del tempo perduto. Il problema è che la contrapposizione tra la fluidità stilistica (ricercata fino all’eccesso anche nei continui cambiamenti temporali) e la meccanicità di certo ci-tazionismo onnivoro, il gusto cinefilo portato sino al pa-rossismo, appare piuttosto stridente. I rimandi al cinema del passato abbondano – da Il bacio della morte a L’occhio che uccide, da Hitchcock al Rossellini di Viaggio in Italia – e il regista spagnolo non si trattiene dal regalarsi una vistosa autocitazione (il film che Mateo e Lena girano è un ricalco di Donne sull’orlo di una crisi di nervi). Il modello melodrammatico (e la sofisticazione glamour di scenografie, costumi, colori) resta quello di Douglas Sirk, ma troppo spesso la passione vintage sembra fagocitare la pellicola stessa. Incerto se gettarsi nel mélo (come ha fatto con successo in Tutto su mia madre e Volver – Tornare) o sottolineare le sfumature noir (e la comicità sghemba tipica del suo cinema precedente), Almodóvar si ritrova in mezzo al guado. Gli abbracci spezzati sembra un melodramma senza dramma, un’opera che – con strutturali pregi stilistici e una matura attenzione al dettaglio – manca di anima. Un film che sembra fatto più per compiacere le ossessioni del suo autore che per reale profondità di ispirazione.
Federico Pedroni
