Dedicato a quelli che vorrebbero ritrovarsi
Pubblicato sotto "Crossroad" il 16 febbraio 2010
Esiste oggi un regista italiano capace di scrivere un libro anche solo lontanamente paragonabile – per profondità, lucidità, incisività – a quel L’organizzazione dello spazio nel «Faust» di Murnau che Eric Rohmer pubblicò nel 1977, quando era già un regista affermato, riprendendo la sua tesi di dottorato discussa cinque anni prima con Roland Barthes? La domanda mi è sorta spontanea ripensando al grande maestro della Nouvelle Vague scomparso nei giorni scorsi, e ricordato con affetto in questo numero di duellanti. La risposta è che in Italia (e forse non solo…) oggi un regista simile non esiste. Purtroppo. E dico purtroppo perché mi sembra che una delle tante cose venute meno rispetto a qualche decennio fa sia proprio quel rapporto di osmosi e confronto continuo fra chi il cinema lo fa e chi lo pensa, lo interroga, lo interpreta. Per Rohmer e gli altri “giovani turchi” della Nouvelle Vague la critica non era qualcosa che veniva prima del cinema (né tantomeno dopo il film…). Anzi: lo spazio della critica era il luogo in cui esso veniva discusso, pensato, analizzato. Non era né un prima né un dopo: era un dentro. Necessario e proficuo quanto il lavoro sul set. Oggi questo spazio non c’è più. Oggi i cineasti disprezzano la scrittura critica militante, concedendosi tutt’al più a qualche sdegnosa intervista, ma sempre su sé stessi e sull’ultimo film da promuovere. Mai nessuno che si metta ad analizzare il proprio Faust, e provi a pensare al cinema al di là e oltre le pur sacrosante ragioni contingenti del marketing. Per converso, bisogna riconoscerlo, probabilmente anche la critica non è più all’altezza di quel che facevano Rohmer, Chabrol e Truffaut. Così come non c’è in giro un autore in grado di produrre pensiero, non si vede neppure un critico capace di essere autorevole e ascoltato su un set. Ma in questo iato, in questa frattura, in questa distanza, si annida uno dei problemi che attanagliano il nostro cinema. La morte di Rohmer ci ha obbligato se non altro a ricordarlo. A prenderne atto. Ora si tratta di vedere se saremo capaci – critici e cineasti – anche di fare qualcosa di concreto per provare a invertire la tendenza, e ritrovare uno spazio e un linguaggio comuni.
Gianni Canova
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