[ Ce n’è per tutti ]

La storia – Il giovane Gianluca si arrampica sul Colosseo e minaccia di buttarsi. Nel tentativo di capitalizzarne il gesto o intuirne le ragioni qualche metro più giù accorrono i media e si raduna un’umanità alle prese con frustrazioni e problemi di ogni tipo.

Dopo un esordio spiazzante e borderline (Gas) Luciano Melchionna, autore e regista teatrale, mette in scena una messe di personaggi in cerca di un poeta in bilico sulla vita e sul Colosseo. Trasposizione di una pièce di Luca De Bei, Ce n’è per tutti è una commedia tanto più esistenziale dove più è comica. Accostando un piano umoristico e vitale, ai limiti dello straniamento, a uno sguardo affettuosamente benevolo ma lucido sulle ragioni di un diffuso male di vivere, il film si interroga tristemente ottimista sul senso delle cose, con motto di spirito e scarto surreale. Deciso a emanciparsi dall’estetica (classica) del palcoscenico da cui proviene, Melchionna dimostra una volta di più una vivace immaginazione, procedendo per accumuli ed ellissi, frenesie e pause, alla ricerca di un interessante e originale disequilibrio narrativo. A dispetto di imprudenze e imperfezioni, non si può non riconoscere al regista un’inventiva fuori dal comune e un affetto (mai moralistico) nei confronti dei personaggi, che coinvolge e commuove. Alla testa di un’umanità sull’orlo dell’abisso e di una crisi di nervi c’è Gianluca, lirico testimone che guarda al mondo da un’altra e più alta prospettiva. Sospeso su un antico parapetto, raccoglie intorno a sé le ossessioni e le miserie di uomini e donne che assisteranno impotenti e inconcludenti allo svolgersi degli eventi. Melchionna coglie bene la condizione di smarrimento di individui che si schiantano con il proprio passato (evocandone i fantasmi: la nonna di Gianluca), guardano al futuro (con sospetto) e provano (forse) a vivere il presente. Punto di forza della pellicola è pure la generosità delle performance attoriali, inserite dentro una Roma livida e desaturata che si lascia prendere dalla malinconia, precipita in asprezza (la scena grottesca di un quasi stupro) o si stempera nella musica melodrammatica di Gluck o negli onirici “miraggi” di Momo. La declinazione cromatica è invernale, la fragilità sempre percepibile e l’abbandono e la morte concretamente in causa. Ce n’è per tutti produce il senso e l’urgenza di un’interrogazione aperta sulle cose che accadono, un giudizio che si sospende carico di una minaccia (la morte di un poeta), di speranza o di cosciente solitudine. Solo la forma è più leggera, un divertissement esistenziale alla maniera di un’indagine.

Marzia Gandolfi

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