[ Brüno ]
La storia – La stessa di Borat, ma con il personaggio Brüno: un reporter gay austriaco va alla scoperta dell’America più bieca (e omofoba).
C’è una scena molto bella ed emozionante in Brüno: quella in cui il (finto) reporter gay in cerca di “guarigione” dall’omosessualità si trova al centro di un’arena per gladiatori, davanti a un (vero) pubblico “straight”, etero e orgogliosamente omofobo. Il personaggio è travestito da rude militarista, parla come un cowboy e si atteggia a supermacho. È maschera nella maschera. A un certo punto dal pubblico si leva un urlo isolato: “Fag!”, checca. Nessun insulto peggiore per l’attonita platea. A lanciarlo è stato l’attore Gustaf Hammarsten che interpreta Lutz, l’aiutante-amante licenziato dal protagonista poche scene prima. Brüno lo sfida a entrare nell’arena. Lutz sale e, dopo un’esitazione iniziale, i due si baciano e abbracciano quasi come Rocky e Adriana. Cominciano persino a spogliarsi mentre la platea esplode in un boato di “buu”, lattine lanciate, seggiolini divelti e scagliati contro la rete che circonda e protegge a malapena i due amanti. Sembrano due “poveri” Cristi del Mantegna, i corpi pallidi e trafitti dalla bestialità dell’uomo. La maschera gay di Sacha Baron Cohen sembra si sia fatta finalmente realtà e incassa, insulti, bestemmie e sputi. Come i baffi finti e il sigaro di Groucho Marx erano simbolo-maschera di arroganza e ferocia a stelle e strisce, così i capelli tinti d’oro e il corpo lungo, smagrito di Cohen sono finalmente più veri del vero.
Questa scena, dicevamo, è intensa, sentita, struggente. Rimanda alla verità dietro il costume posticcio che già aveva connotato il bellissimo Borat. Il problema, purtroppo, è che per arrivare fino a qui si deve passare attraverso una sequela di gag trucide e stantie: le (finte) performance ginnico-sessuali di Brüno, tra topolini e falli finti, e soprattutto le sue incursioni vagamente teppiste alle sfilate di Milano. Il reporter eccentrico-stilosissimo non pare sfregiare il mondo posticcio che vorrebbe denudare: sembra esserne, piuttosto, un ingranaggio, in verità innocuo, un inutile e fastidioso rumore di fondo. Ricorda vagamente Ga-briele Paolini, l’ex disturbatore Tv, dietro alle telecamere di un qualsiasi telegiornale.
Borat non era solo una serie di scene appiccicate insieme. Aveva la potenza di un’opera provocatoria, capace di spiazzare davvero lo spettatore sui lati peggiori d’America (ricordate l’armaiolo che, senza battere ciglio, forniva al reporter kazako «la pistola migliore per far fuori un ebreo»?). Il nuovo film di Baron Cohen e Larry Charles assomiglia invece allo special televisivo dell’Ali G Show dedicato a Brüno. Qualche gag funziona, altre no. Una sola sequenza alza un livello estetico spesso ipergrezzo e da barzelletta puerile.
Luca Barnabé
