[ Alza la testa ]
La storia – Operaio in un cantiere nautico ed ex pugile fallito, Antonio Mero vive da solo con il figlio Lorenzo, giovane promessa della boxe. L’uomo concentra ossessivamente tutti gli sforzi sulla carriera sportiva del ragazzo, finché un tragico incidente lo porta a riconsiderare la propria vita.
Una convivialità tutta al maschile. La famiglia del giovane Lorenzo è rappresentata dal gruppo di operai specializzati con cui lavora il padre, uomini diversi tra loro per nazionalità e mansioni, amici che si ritrovano la sera e condividono le emozioni dei suoi primi successi sportivi. Da quando su un furgoncino da lavoro accompagnano alle sue nozze l’immigrato Radu fino agli appuntamenti serali, Angelini disegna nella prima parte della pellicola un universo da cui è completamente estromesso il carattere femminile. Gli ambienti sono quelli tipicamente maschili del cantiere e della palestra dove si disputano gli incontri, con l’evidente e programmatica rimozione della donna. Quando per caso Lorenzo conosce Ana, giovane romena con cui fa l’amore per la prima volta, il contrasto tra padre e figlio si fa inevitabile. Secondo Mero, la distrazione dell’affetto – che qui corre parallelo con l’incomprensione – potrebbe vanificare tutti gli sforzi e i sacrifici spesi nella costruzione della carriera sportiva. Perché proprio come fa con le tavole di legno della nave che sta assemblando, giorno dopo giorno e pezzo dopo pezzo, il padre tenta di definire fisicamente il corpo del figlio, commettendo l’errore di sottovalutarne la componente emozionale. Ci vorrà un evento traumatico com’è quello del distacco per far capire a Mero i suoi errori, commessi nella più tragica delle buone fedi così come nella ricerca di una redenzione tutta individuale. Quell’emozione che ha sempre cercato di arginare nel figlio è, infatti, la stessa che lo porterà a riconsiderarsi in un durissimo faccia a faccia con i propri pregiudizi, quelli verso gli immigrati (quale è anche la madre di Lorenzo, che li ha abbandonati) e in generale i diversi. Già alla base del riuscito L’aria salata, il rapporto genitore/figlio è solo il punto di avvio di un film che procede liberamente per accumulo di storie e sensazioni, in realtà incentrato tutto sul padre, uomo solo e disilluso che trova un singolare riscatto in un finale inaspettatamente rocambolesco. La scelta della camera a spalla e gli ambienti proletari danno alla pellicola un côté realista/europeo alla Loach o alla Dardenne che cozza con la libertà di scrittura di un regista capace di sfidare la convenzione e la correttezza a costo di accollarsi il rischio di un’opera fortemente squilibrata.
Marco Chiani
