[ Viola di mare ]

La storia – In una piccola isola immaginaria della Sicilia ottocentesca la venticinquenne Angela cerca di sopravvivere allo scandalo della propria omosessualità, accettando di fingersi uomo. Rinchiusa dal padre-padrone in una grotta dopo il rifiuto a sposare l’uomo scelto per lei, la ragazza viene salvata dalla madre, che convince il curato a cambiarle nome e sesso sulle carte dell’anagrafe.

C’è qualcosa che non funziona in Viola di mare. Qualcosa che stride e mette a disagio lo spettatore. In primo luogo negli interpreti, che rimangono senza rimedio “Valeria Solarino travestita da contadina siciliana ribelle”, “Ennio Fantastichini che si porta sulla faccia il ghigno del padre-padrone”, “Isabella Ragonese che recita la timida e bella servetta che rischia tutto per amore”. Tutto questo accade non perché gli attori non siano bravi, perché il lavoro di messa in scena non sia accurato o perché la regia non abbia dei pregi. Il motivo va cercato altrove.
Come mai il corpo dell’attore affiora continuamente sotto la pelle del personaggio, in un processo di malriuscita sovrapposizione dove sembra di vedere doppio, o al limite di non mettere a fuoco? La risposta, forse, va cercata nel progetto stilistico (o nel percorso produttivo) dell’intera operazione. Viola di mare non batte i sentieri aspri del naturalismo (come potrebbe essere Tornando a casa di Marra o Sonetàula di Mereu), non sceglie la trasfigurazione fantastica del reale per accedere a una sua verità (il Crialese di Nuovomondo, per esempio). Rifiuta anche la soluzione opposta, quella del melodramma di ispirazione hollywoodiana (il cinema di Tornatore, Io non ho paura di Salvatores) dove ogni invenzione narrativa è giustificata dalla valenza mitologica della materia. Così l’opera seconda di Donatella Maiorca rimane impantanata in una via di mezzo: aspira al dramma verista mentre non riesce a smarcarsi dall’apologo hollywoodiano.
Le attrici hanno i denti troppo bianchi. I capelli troppo puliti. I protagonisti parlano un siciliano del tutto comprensibile ma totalmente improbabile nella Sicilia di un secolo fa. Il sesso tra Angela e Sara rimane imprigionato nella levigatezza, nell’eleganza assolutamente attuale di corpi che immaginano come potrebbe essere il sesso tra due ragazze siciliane del XIX secolo. E l’imbarazzo deriva proprio dal percepire questo sforzo di immaginazione che non si sostanzia mai in immagine. Insomma, è questione di linguaggio. E se il ridicolo scaturisce sempre dall’uso di un linguaggio inappropriato al contesto nel quale si esprime (Francesca Comencini docet), allora Viola di mare risulta ridicolo. La Maiorca mette in scena figure che si dibattono in uno “spazio bianco”, senza risolversi per la vita o per la morte. Che tentano la formulazione della parola, che provano il gesto. Che vogliono la mimesi col paesaggio e cercano il giusto tono di voce. Senza trovarlo.

Silvia Colombo

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