Stand by me: Luci d’inverno
Pubblicato sotto "Stand by me" il 28 gennaio 2010
Nella foto, una scena tratta da "Luci d'inverno" di I. Bergman
Non potrò mai dimenticare il soffitto bianco della mia stanza,il modo in cui mi guardava quella notte.Ogni piccola crepa sembrava un sorriso tagliente,pronto a deridere la mia insonnia prolungata.Dopo la visione di Luci di inverno,mi sembrava impossibile dormire,preferivo restarmene lì,nel mio letto,a contemplare l’abisso,a farmi cullare da quel silenzio infinito.Tutto il cinema di Bergman è uno sguardo profondo lanciato nel vuoto,alla disperata ricerca di qualcosa in cui riconoscersi,di uno specchio che rimandi la nostra immagine anche solo per un istante.Figlio della filosofia nordica, Bergman è costantemente in cerca di un segnale che rompa il silenzio che ci circonda,che conferisca un significato alle azioni del triste teatro umano.Kirkegaard sosteneva che la religione fosse scandalo e paradosso;la fede trascendeva ogni logica,non vi era nessuna evidenza di segnali divini nel mondo,stava a noi percepire la Verità e aderirvi,contro ogni apparenza.In Luci d’Inverno è dipinto il vuoto profondo di una vita senza Dio,il vuoto che coglie chiunque abbia la forza di dubitare,di non prostituirsi al mercato del Dogma,il vuoto di chi vorrebbe credere ma trova impossibile l’amare il Prossimo Suo.Perché il Prossimo Suo è un mediocre,come Pietro,fuggito davanti alla minaccia dei soldati romani,fuggito dopo avere passato anni a chiedere a Cristo come sarebbe potuto entrare nel Regno di Padre. Il Silenzio di Dio che assorda il curato senza più fede del film è lo stesso Silenzio che tormentava Gesù mentre guardava ai piedi della croce e non vedeva i volti di coloro che l’avevano seguito fino alla sera precedente.Tra le pieghe di questo Silenzio,il protagonista cerca una ragione per credere,ma si scontra costantemente contro evidenze contrarie,contro morte e disperazione. È forse la presa di coscienza finale,all’interno di una chiesa deserta,isolata dalla neve a dare al protagonista la forza di recitare messa tra le panche deserte?È forse questa la Fede?Un predicare per chi non ci può ascoltare,un dare sapendo che nulla ci verrà mai restituito?Sul sottile confine tra paranoia e illuminazione Bergman ci regala questa magnifica sequenza finale dal valore ambiguo,in cui solo nel luogo più intimo del nostro Io vi è la risposta che cerchiamo. D’altronde,forse,la Verità ha gli stessi occhi della Follia.
Andrea Bossi
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