Stand by me: Il favoloso mondo di Amelie
Pubblicato sotto "Stand by me" il 14 gennaio 2010
Audrey Tatou in "Il favoloso mondo di Amelie" di J.P Jeunet
Non è facile spiegare obiettivamente le ragioni che portano a definire un film “il Film che ha segnato la propria vita”!
Nell’estrema soggettività e irrazionalità di un simile meccanismo emozionale e selettivo, tra le infinite motivazioni plausibili l’unica, nel mio caso, incontrovertibile, è l’autentica, profonda, suggestiva vivacità che il film Il favoloso mondo di Amelie, di J. P. Jeunet, ha instillato nelle mie percezioni e riflessioni, sin dalla prima visione in sala.
Avrei potuto ridimensionare quel vortice di emozioni e coincidenze al semplice riscontro tra film di genere e spettatore, vista la mia predilezione per le commedie romantiche, a tratti impudenti, sotto le vesti da fiaba moderna, sancite dall’esordio di una voce narrante. Ma davvero non poteva dirsi tutto lì, se non fossi stata colta, forse per la prima volta, dalla smania di avere affissa nella mia camera la locandina del film (duramente patteggiata col proprietario della videoteca ancora nel pieno del lancio home video in uscita!) da contemplare come significante di “un mondo intero” appunto. Se non avessi ascoltato e riascoltato la colonna musicale del film (un successo internazionale firmato dall’autore Yann Tiersen) nei miei ciclici momenti malinconici.
Se non avessi fatto della visione del film stesso una delle poche cose che riescono sempre a restituirmi il sorriso.
Tuttavia, questo è venuto dopo l’innamoramento per il film, che tuttora conservo. Non si spiega l’innamoramento!
Il favoloso mondo di Amelie (Nomination all’Oscar miglior film straniero 2002) è davvero un inconsueto “album di famiglia” da sfogliare, come quelli collezionati dal co-potragonista Nino (Mathieu Kassovitz) in cui ritrovare nelle atmosfere e negli ambienti (la Parigi da cartolina), nelle parole e nei sorrisi della complice Audrey Tautou, le manifestazioni più intime e inafferrabili di una fragile, quanto ingarbugliata personalità in cui riconoscersi.
L’immaginazione fantastica che traborda nella quotidianità reale. Il porsi 1000 e una domanda sul mondo che ci circonda e sulle persone/personaggi che lo abitano, costruire attorno ad essi piccole storie senza un serio fondamento, ma solo ispirate da una fantasiosa intuizione. La tenerezza di esser soli con se stessi e i propri pensieri, come su una alta terrazza da cui godere dello spettacolo di un tramonto. Parlare di se stessi con gli altri attraverso metafore e digressioni nei discorsi. Agire d’istinto eppure organizzare l’azione, progettare un piano A e poi uno di riserva per non reprimere le emozioni, ma seguirle con cautela…perché non facciano soffrire! Crearsi delle risposte per raggirare le domande. Insomma riparare altrove per non rischiare nella vita vera!
Ed ecco, allora, trasparire nella stessa delicatezza e vitalità che contraddistingue il gioco dell’intera narrazione, quel senso reale, quella piccola folgorazione, da portar via fuori dalla sala cinematografica e custodire ancora dopo:
“Mia piccola Amélie, lei non ha le ossa di vetro. Lei può scontrarsi con la vita. Se lei si lascia scappare questa occasione con il tempo sarà il suo cuore che diventerà secco e fragile come il mio scheletro. Perciò si lanci, accidenti a lei! (Raymond Dufayel)
Sono, forse, queste lievi corrispondenze tra la finzione e la vita reale di ognuno, inspiegabili nella loro sincronicità e identificazione, i gesti e gli istanti gelosamente contemplati come unici e irripetibili, che consacrati sul grande schermo fanno di un film “Il Film che ha segnato la vita”.
Carmen Albergo
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Redazione